Non solo una libreria

Quando iniziai la mia esperienza in libreria avevo 27 anni. Avevo un entusiasmo incredibile e una forza ancora più grande. Mi sembrava tutto possibile e avevo una gran voglia di fare esperienze e di conoscere: conoscere ogni cosa, ogni persona, ogni singolo particolare di tutto quel che accadeva intorno a me. Non sapevo cosa volesse dire sentirsi stanchi e sopraffatti da ciò che di esterno ti piomba addosso come una zavorra. Mi piaceva soffermarmi, quasi sempre, ad ascoltare ciò che le persone, che passavano di lì, avessero da raccontare. Era, certamente, tra le mie passioni più esaltanti quella di ascoltare storie: che fossero inventate e, dunque, lette nei libri o che fossero reali e, perciò stesso, raccontate dai tanti viaggiatori di fantasie, come me, che approdavano – per abitudine o anche solo di passaggio – in quel luogo che è stato la mia casa per tre meravigliosi anni.

Ogni giorno diventava lo specchio di qualcosa che accadeva, o che era accaduta, in altri luoghi: che fossero lontani o vicini, tutto mi sembrava degno di essere considerato e ascoltato. Tutto. Le storie tristi, quelle gioiose o anche il semplice sfogo di chi cercava un rifugio per l’anima anche per pochi minuti, proprio lì: in quel luogo che profumava di carta e di inchiostro e che sapeva accogliere il riso e il pianto, i passaggi fugaci e quelli metodici e ripetuti come rintocchi, puntuali,  scanditi da un personale contorno di emozioni.

Tanti nomi e tanti volti si riaffacciano alla mia memoria: la bionda Giulia, signora sulla cinquantina, che trovava il modo di alleggerire il suo dramma familiare passando ogni mattina, alle 12.00 in punto, a fare un saluto e a raccontare un pezzettino della sua storia passata, quando a contornare le sue giornate c’erano un pianoforte a coda e una famiglia nobile (di sangue, ma soprattutto d’animo) che proteggeva i suoi pensieri. Era sempre sorridente e piena di entusiasmo Giulia: nel raccontare il suo passato e anche il presente difficile, nonostante tutto. Vitaliano, invece, era un professore in pensione innamorato di Sylvia Plath e della letteratura al femminile, in generale. Passava spesso di li, a lasciare scie di sogni, vivi e preziosi, contornati di racconti e di speranze tenute strette a riempire l’anima. C’era sempre uno scambio reciproco: di esperienze e di racconti, di consigli e nuove letture da condividere. Come era successo con quel meraviglioso personaggio che, un giorno, si era affacciato sull’uscio della mia tranquillità, dopo aver riposto con attenzione la sua bici mezza sgangherata a ridosso della vetrina accanto all’entrata. Non era italiano. Lo si capiva dalla cadenza, che riusciva a mescolare il fascino del parlare straniero ad una attenzione quasi ossessiva nell’utilizzo di termini e accenti, quasi a non voler dissacrare una lingua che rappresentava per lui la luce della speranza. Aveva necessità di ordinare un certo quantitativo di copie di un libro,  “Storia della danza e del balletto”.  – Dovresti leggerlo anche tu – mi aveva detto. – Io lo faccio leggere a tutte le mie allieve quando iniziano un corso di danza – Lo vidi ancora per poche volte. Incontri densi e ricchi,  in cui il racconto della sua storia personale andava di pari passo con la bellezza che la danza aveva saputo offrirgli, aprendo spiragli di luce nell’unico buio che – diceva – avrebbe, altrimenti, potuto vivere.

Poi sparì. Dopo mesi arrivò in libreria una cartolina da Spoleto. Diceva: “alla mia cara amica libraia, che ha saputo regalarmi un po’ della sua luce”

E.G.

[La foto è presa dal web]

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