… Ché la maturita dura tutta una vita

Mi svegliai molto presto quella mattina, come avevo fatto tutte le mattine di quell’ultimo mese.
L’esame di maturità era finalmente arrivato, tra pianti, ansie, e “Notte prima degli esami” ascoltata come fosse un mantra dal quale non potersi distogliere, ché altrimenti tutto vola via senza lasciare nulla.
Mio padre mi accompagnò a scuola quel giorno, ché in 5 anni di liceo mai e poi mai l’aveva fatto. Quello, però, era il giorno degli esami e bisognava essere in prima fila, alle 7 del mattino, per prendersi i posti migliori, come ad un concerto: nulla poteva essere lasciato al caso.
Gonnellina, a pieghe blu e pois bianchi, e maglia larga blu.
Non che fossi tipa da gonnellina io, ma la mise era stata studiata nei minimi dettagli e accuratamente adattata all’occasione: per fortuna in quegli anni avevo 10 kg in più ben distribuiti nelle parti alte e questo mi aiutò, insieme alla maglia larga, a mimetizzare le migliaia di temi arrotolati in una cartuccera – cucitami da mia mamma – molto ben fatta e organizzata come fosse una consolle della Nasa. Tutto era al proprio posto e i comandi li potevo manovrare ad occhi chiusi: per forza di cose.
La divisione era stata fatta per argomenti e si andava dal basso verso l’alto e da destra verso sinistra, in base a quello che c’era da scrivere. Insomma: tutto programmato e predisposto per evitare di incorrere in errori che sarebbero potuti diventare fatali: fatte le prove per sedersi senza spiegazzarla, per non farla slacciare, per infilare le dita e prendere al volo quel che serviva!
Bene, ero pronta! E in tutto quell’ambaradan mi ero scordata che dovevo portarmi dietro, oltre alla penna, alla cartuccera e al dizionario Zanichelli, anche la testa: ché forse mi ero proprio scordata di averla una testa da usare, e che sarebbe proprio stata quella a venirmi in soccorso, qualunque fosse stata la difficoltà. Ero troppo trafelata dal dover ricordare tutto: posizione temi, postazione banco [ché mica per copiare ti puoi sedere nel primo banco, ma neanche nell’ultimo, altrimenti sei sgamabile come un bambino con i baffi che nega di aver mangiato la cioccolata!]Ore 7.10: approdo davanti al cancello della scuola.
Inusuale e strano. In genere le pause mattutine, fino al suono della campanella, si consumavano, tra scherzi, risate o ripassi dell’ultimo minuto, sotto i portici del teatro, in piazza Prefettura [ché ancora oggi mi chiedo se sia stato respirare quell’aria che mi ha fatto diventare una dissennata, ammalata di teatro!].
Il cancello era lì, grosso e portentoso come non lo avevo mai visto. Era chiuso e c’erano poche persone a contemplarlo. Per un attimo pensai di aver sbagliato il posto dell’attesa. Scesi di corsa fino “al Rendano” (era quello il nostro luogo di incontro) a cercare i miei compagni di classe. Volai giù. Non c’era nessuno. Realizzai di aver fatto la cazzata del secolo: erano le sette del mattino e magari stavano ancora tutti beatamente dormendo. E adesso mi toccava risalire. Avevo il fiato corto. Sopraggiungeva l’ansia e io dovevo pensare alla mia postazione. Feci le scale. Con calma. Chi poteva essere arrivato in pochi minuti, dissi tra me, e pian piano provai a delimitare l’ansia e a tracciare la linea dura della lucidità che mi sarebbe servita, di lì a poco, per attuare il piano che serviva a vincere quell’ultima battaglia. Dovevo essere un soldato. Ora o mai più.
Girai l’angolo e lo spettacolo che mi si prospettò davanti fu uno shock: il cancello, portentoso e gigantesco, che mi era apparso pochi minuti prima, non c’era più: era scomparso dietro le sagome umane avvinghiate alle stanghe di metallo che parevano fatte di zucchero. A quel punto non avevo scelta. Mi infilai nella folla e con calma ed educazione riuscii a infilarmi fino a giungere ad uno dei pali del cancello. Mi aggrappai forte, ma così forte che quando arrivò il momento dell’apertura, mi dimenticai di staccarmi e rimasi appesa a quelle stanghe di zucchero, ritrovandomi, in un attimo, a vacillare nel vuoto e a guardare, inerme, la fiumana di gente che si scapicollava per correre verso il tanto agognato posto.
Fu in quel momento che capii che stavo sbagliando qualcosa e, con il mio solito fare da fatalista, aspettai con calma che tutti mi passassero davanti per poter essere ricondotta in umana posizione. A quel punto scesi, non senza vergogna, e con calma presi la via di quella battaglia che cominciava nel peggiore dei modi.
Capii più avanti che tutto quel che era avvenuto non si era delineato per caso. Come la coincidenza di ritrovarmi di fronte quelle tracce, che riconducevano verso due temi a me molto cari e che, negli anni, avrei coltivato senza avere consapevolezza di una continuità partita proprio da lì. Anche quello, sono sicura, non fu un caso.
Queste le tracce:
1. «Ogni individuo porta con sé, dalla nascita, un diritto uguale ed intangibile a vivere indipendentemente dai suoi simili in tutto ciò che lo riguarda personalmente ed a regolare da sé il proprio destino» (A. de Tocqueville).
Questo principio è accolto dallo statuto delle Nazioni Unite e dalla nostra Costituzione, che pone a fondamento della convivenza civile il riconoscimento e la garanzia dei diritti inviolabili dell’uomo e l’adempimento di doveri inderogabili di solidarietà. Tali valori però risultano oggi drammaticamente violati dall’insorgere, in più parti, di comportamenti individuali e collettivi mossi da intolleranza. Rifletta il candidato sugli odierni e gravi fenomeni di violazione dei diritti umani, anche alla luce dei conflitti esplosi di recente in paesi lacerati da guerre civili e atrocità inflitte a donne, vecchi e bambini.
2. «Quest’estate sono sceso all’albergo dell’Angelo sulla piazza del paese, dove più nessuno mi conosceva tanto sono grand’e grosso. Neanch’io in paese conoscevo nessuno, ai miei tempi ci si veniva di rado, si viveva sulla strada, per le rive, nelle aie. Il paese è molto in su nella valle, l’acqua del Belbo passa davanti alla chiesa mezz’ora prima di allagarsi sotto le mie colline» (Cesare Pavese, La luna e i falò).
«Il mare era nero, invernale, e in piedi sull’alto ponte, quell’altipiano, mi riconobbi di nuovo ragazzo prendere il vento, divorare il mare verso l’una o l’altra delle due coste con quelle macerie, nel mattino piovoso, città, paesi, ammucchiati ai piedi. Faceva freddo e mi riconobbi ragazzo, avere freddo eppure restare ostinato sull’alta piattaforma, nel vento, a picco sulla corsa e sul mare» (Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia).
Traendo spunto dai due passi riportati il candidato si soffermi sul tema del ritorno alle radici e alla terra d’origine e su quello dei ricordi legati al mondo dell’infanzia e dell’adolescenza, quali motivi ricorrenti per ragioni diverse degli autori menzionati. Il candidato può altresì, se lo ritiene, sviluppare i temi anzidetti in riferimento ad altri autori del Novecento.
Rimasi mezz’ora a leggere e rileggere queste due tracce. La terza, che chiedeva di delineare origini e sviluppi storico-politici del Nazismo, l’avevo scartata a priori.
L’istinto mi portò verso la prima traccia. La mia preparazione sommaria di allora su Pavese e Vittorini non lasciava spazio a quel che, in maniera più ampia e analitica, avrei in seguito approfondito negli anni a venire. Il “tema d’attualità”, mi dissi, lascia più spazio ad interpretazioni personali e generalizzate.
Sul tema del ritorno, di quel nòstos che custodisce la nostalgia di un luogo, ci sarei tornata più avanti, nell’ultimo mio esame “scolastico” e, ancora più avanti, in quell’esame continuo e incessante che è la vita.
Scrissi tanto, e con grande partecipazione emotiva, come mai mi era successo prima di quel momento. I miei piani di battagliera convinta erano svaniti nel nulla e tutto quel che accadde intorno a me fu di contorno alle tranquille e serene riflessioni di una diciottenne che si approntava alla vita.
Solo alla fine mi ricordai della cartuccera: quando alzandomi trafelata e sudata dal banco (faceva caldo, ma caldo!) feci un movimento brusco e sentii qualcosa che si mosse e scivolò verso la gonna fermandosi a metà tra il dentro e il fuori. Sentii il freddo lungo la schiena, quella sensazione simile a quel “cazzo, e adesso che faccio?” che provi quando ti si sgancia il reggiseno sotto la camicia trasparente.
Rimasi appesa, con le gambe che mi tremavano e la commissione che mi guardava, ché perdendomi tra i vari pensieri e le riflessioni troppo “riflettute”, fui tra le ultime a consegnare e, dunque, in balia di sguardi incuriositi e pronti a coglierti sul fatto.
Eravamo io, i fogli e il dizionario Zanichelli: in sottofondo c’erano la cartuccera e i miei pensieri che viaggiavano ancora appesi a quel cancello del mattino che mi aveva fatto ravvedere su molte cose. Giurai a me stessa che mai più avrei provato a vincere battaglie con l’inganno e che mai più mi sarei destreggiata tra prove di forza a tutti i costi, laddove la forza, in sé, poteva ritorcersi solo contro.
Presi il dizionario Zanichelli e lo poggiai contro il fianco sinistro, provando a reggere insieme brandelli di carta che si dimenavano, tra la maglia e la carne, come cavallette impazzite. Consegnai, senza lasciare mai il dizionario e la paura di essere colta in flagrante. Andò bene.
Lasciai lì il mio tema, insieme ai miei pensieri. E, senza voltarmi indietro, mi portai appresso la voglia di liberarmi velocemente da quell’inutile peso, fatto di ingordigia e brama di vincere a tutti i costi.
E.G.

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