Metti una Studio 44, in una domenica rovente di Luglio.

Nove mesi fa ho cambiato casa. La mia nuova casa ha una bella energia e la via in cui si trova sembra una via d’altri tempi: le case sono vere e si portano addosso la bellezza del vissuto e del tempo.

Persino l’illuminazione, in alcuni punti, è rimasta quella di un tempo, con lampade che raccontano scorci di vita vissuta attraverso la loro luce gialla, satura di calore e di memoria.

L’ultima domenica di tutti i mesi, nella mia via, fanno un mercatino dell’antiquariato. Non è proprio un “mercatino”, perché si sviluppa su tre vie compresa la piazza principale; è abbastanza variegato e si può trovare di tutto, comprese quelle belle occasioni che mai ti aspetteresti.

Per me mercatino vuol dire libri usati in edizioni ormai introvabili, vinili, lampade di modernariato, lettere e cartoline d’altri tempi sulle quali mi piace fantasticare, ma soprattutto vuol dire “Olivetti, Lettera 22”. È una vita che la cerco, ma non è facile alle condizioni che dico io: colore azzurrognolo/carta da zucchero, funzionante, con custodia e possibilmente ad un prezzo affare. Vabbè, insomma: non l’ho ancora trovata, ma non demordo.

Nel mese di luglio, stremata dal caldo e dall’estate che incombeva, inevitabilmente, e con la voglia di scappare via dalla città, quella domenica sento già di primo mattino i preparativi dei mercanti – ché come si fa a dormire con le finestre aperte senza svegliarsi alle prime luci dell’alba? – e decido di scendere in strada a fare un giro, tanto per distrarmi dall’ imminente calura. Inizio il mio giro di perlustrazione, senza troppa attenzione e tra mille pensieri e riflessioni di un periodo complicato e privo di slanci positivi. Mi fermo subito ad un banco di libri e il signore con la barba e gli occhialini tondi mi dice: “oggi tutto a tre euro”.

Tre euro, ho capito bene. Tre euro.

Tutto quello che può essere racchiuso nell’intimità di un libro usato, appartenuto chissà a chi, risieduto in chissà quale casa, saturo di immagini e di storie che gli sono girate intorno, venduto a tre euro. Tre euro soltanto per trarre ispirazione da ciò che lascia immaginare lo scorrere di quel tempo che racconta altre epoche e ci rimbalza in altre vite, in altre case, in altre emozioni.

Vedo una bellissima edizione dell’ Einaudi di “Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg, rilegata, ben messa, senza sottolineature. Lo prendo. Edizioni bellissime, buttate via da qualcuno, magari mai lette o chissà perché.

Continuo il mio giro, con il sole che inizia a farsi sentire già di mattino presto e l’aria ferma, satura di quella calura che da giorni non molla e non dà tregua.

Osservo le persone che sono lì, come me, e chissà cosa cercano in quello scorrere di attimi, che riportano indietro nella memoria attraverso oggetti che al tempo hanno saputo resistere. Sono emozioni che recepisco inconsciamente e dalle quali non posso prescindere: mi piace sentirne la forza di epoche altre che di usa e getta non avevano nulla, mi piace guardare attraverso quegli oggetti e vederne le storie, l’energia accumulata nel tempo e la voglia che hanno di continuare a vivere.

E, forse, è stata proprio quella stessa energia a darmi quella mattina, nonostante il caldo e la mia ormai consolidata avversione per il caldo e l’estate, la spinta per stare per strada sotto il sole e con la testa che iniziava a tirare fuori i fumi della disperazione. Perché ad un certo momento, mentre stavo quasi per decidere di tornare indietro, l’ho vista. Era lì. E mi stava aspettando.

Premessa: non era la “Lettera 22”, ché quella non è facile da trovare e poi la voglio come dico io e poi bla bla e bla, però aveva un non so che di eloquente e suggestivo che mi ha attirata come una calamita.

Era già mia prima che la vedessi: è questa la sensazione che ho provato appena mi sono avvicinata. L’ho comprata e sono tornata a casa, stremata dal caldo e felice per quella macchina di quel colore azzurrognolo/carta da zucchero che mi piace tanto.

Poi è arrivata l’estate.

Un’estate “liquida”, per dirla alla Bauman, in cui le oscillazioni del tempo si sono accavallate alle inquietudini e a quello stato di continua soggezione e precarietà che nell’ultimo periodo sono diventate le mie più strette compagne di infiniti giorni.

Un’estate che mi ha vista afona di letture e di scrittura. Un’ apatia che mi ha indurito l’anima al punto di non aver più voglia si sentire, vedere, leggere, capire. Un periodo buio, di quelli che capitano spesso: almeno a me.

Poi è arrivato l’autunno.

Per me autunno vuol dire da sempre rinascita: è un ricongiungermi con la parte più profonda delle cose – e anche di me – nella quale si ha la possibilità di attingere ai sogni e in cui le ombre si accorciano, e fanno meno paura, e accolgono più facilmente i colori del desiderio.

Con lui è tornata la voglia di toccare quella macchina da scrivere, accantonata in un angolo della casa con tutte le sue energie da liberare. Ho sentito subito il desiderio di raccontare: il mio e il suo, forte, di continuare a raccontare qualcosa.

Ecco perché ho deciso di battere questa storia su questi tasti: per assaporarne quel ticchettio, che un po’mi riporta alla mia infanzia, e per ricominciare a svelare, attraverso l’addensarsi di quelle lettere sul foglio, nuove storie e nuovi desideri, imprigionati nella memoria.

Emanuela Gioia

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