People are strange

People are strange, when you’re stranger. | Faces look ugly when you’re alone. | Women seem wicked when you’re unwanted. | Streets are uneven when you’re down.
– The Doors

Stasera ero al centro commerciale. Io odio il centro commerciale, ma qualche volta ci vado perché assecondo la presunta necessità di sbrigare commissioni velocemente.
Appena ci metto piede comincio a sentire le vertigini: per le luci, gli odori, gli sguardi finti delle persone finte che camminano in un luogo finto fatto di strade finte piene di negozi. I negozi, invece, sono veri. Talmente veri che se per caso ci entri, automaticamente ti ritrovi con un peso in più in mano e uno in meno nel portafogli.
Al centro commerciale dove vado di solito c’è anche una libreria.
Per fortuna.
E di solito la lascio come ultima tappa in cui mi immergo prima di tornare a casa, per assicurarmi la possibilità di togliermi di dosso quella sensazione di vuoto che mi si appiccica addosso ogni volta che i miei passi assecondano quell’andirivieni claustrofobico che appartiene a questo mondo di routine schizofreniche.
Stasera, mentre sfogliavo alcuni libri e ne annusavo degli altri, per provare a decifrare le parole e i messaggi e le ombre e i desideri, ho sentito una voglia irrefrenabile di uscire da lì dentro e di smetterla, per una volta, di attaccarmi alle storie finte, remote, che appartengono a mondi distanti e irreprensibili.
Ho lasciato tutto e sono uscita.
Mi sono affacciata da una balconata che dal piano superiore guarda giù, al piano di sotto. Si vedevano le scale mobili, in salita e in discesa, e per almeno mezz’ora sono rimasta lì ad osservare le facce di chi saliva e scendeva: i loro sguardi, il loro muoversi, il salire e scendere su quella scala mobile che corrisponde ad entrare e uscire dalla giostra del piacere.
Salivano tutti con il sorriso. Un sorriso che aveva le sembianze della speranza e che si tramutava in fronti corrucciate, nervosismi e deludenti ritorni a casa, in discesa.
Ho visto due bimbi bellissimi che correvano alla ricerca di un posto dove sedersi e gustare il sushi in scatola che il papà aveva comprato per loro al supermercato, e dopo aver provato diverse panchine si sono infilati nella macchina di una giostrina che stava lì, ferma, senza bimbi a bordo: neanche uno in mezz’ora. Ho visto una decina di coppiette che consumavano la loro passeggiata serale nel logorio di un luogo senz’anima. E poi tanti uomini soli, alla ricerca di un motivo che li spingesse a tornare a casa. Ma quel che ho visto, soprattutto, è la solitudine che si può provare nella folla impazzita che urla senza sapere cosa dice, che corre senza sapere dove andare, che si muove trascinata da una forza estranea che non è in grado di decifrare. Una forza centripeta, che ci ammassa tutti insieme al centro di una non vita e ne determina il passo, la velocità, la forma e gli umori. Una forza che dissipa il desiderio e annebbia la fantasia, che offusca i sorrisi e incatena le viscere e annienta l’anima.
Poi sono tornata in libreria. Ho aperto un libro e ho ricominciato a leggere.

E.G.

In foto: Il bacio di Bernardien Sternheim, 2001

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