Stoner e il suo tempo sospeso

«William Stoner si iscrisse all’università del Missouri nel 1910, all’età di diciannove anni. Otto anni dopo, al culmine della Prima guerra mondiale, gli fu conferito il dottorato in Filosofia e ottenne un incarico presso la stessa università, dove restò a insegnare fino alla sua morte, nel 1956.»

È tutta in questo incipit la meraviglia di William Stoner. La sua storia, riassunta tutta in queste poche parole, custodisce però un immenso mondo sotteso che, man mano che si entra nella sua vita, diventa sempre più preponderante fino a diventare parte di noi, della nostra stessa vita, fino a svelarci emozioni condivise e velatamente offuscate dalla routine quotidiana e dalla inconscia, e allo stesso tempo intenzionale, voglia di sottovalutarle per evitare.

Evitare. Schivare. Sfuggire. Sottrarsi.

Sono queste le parole chiave di questa storia. Una storia che fa fatica a venir fuori, a slegarsi dalle catene che inspiegabilmente si tiene addosso e che le impediscono di emergere. Una storia che a fatica, pian piano, dopo molti e molti anni, troverà il suo spazio in questo mondo facendo rotolare quel macigno che, rievocandone il nome, per lungo tempo ne determinerà il destino.

Una storia editoriale travagliata.

Stoner sbarca in Italia nel 2012, edito da Fazi Editore per la traduzione di Stefano Tummolini e con una splendida postfazione di Peter Cameron, ma la sua prima uscita, in America, risale al 1965.  È  un libro che tarda ad avere l’attenzione del pubblico, tanto che le copie iniziali, non più ristampare per un bel po’ di anni, furono solo duemila e furono vendute nell’arco di un anno all’incirca. Le recensioni all’epoca furono insipienti, proprio come le reazioni del pubblico: tutto aveva contribuito a far cadere nel vuoto  la consistenza potente di un uomo considerato “normale, quasi invisibile” in un breve articolo dedicato dal «New Yorker» al romanzo di un allora misconosciuto John Edward Williams, professore di Letteratura all’Università di Denver.

Un tentativo di rinascita ci fu nel 1972, quando Williams vinse il National Book Award for Fiction con Augustus, il suo quarto romanzo dedicato all’Imperatore romano. Sulla scia dell’ attribuzione di un premio abbastanza noto, Stoner venne pubblicato in Gran Bretagna, accompagnato da una appassionata recensione di Charles P. Snow sul «Financial Times», di cui è rimasta famosa la domanda perentoria “Why isn’t this book famous?” “Perché questo libro non è famoso?”. Una domanda che voleva essere un richiamo alla stoltezza del pubblico che fino a quel momento non aveva saputo cogliere la grandezza del romanzo di Williams.

Il successo, però, tarda ancora ad arrivare, finché nel 2003 la storia del professor Stoner inizia la sua lenta, ma finalmente vera, uscita dall’oblio nel quale era precipitata forzatamente, tanto che fu ristampato dalla casa editrice Vintage e ancora, nel 2006, dalla New York Review Books, su suggerimento dello scritto irlandese John McGahern che ne scrisse una prefazione molto partecipata, contribuendo alla diffusione del romanzo. Ne seguirono altre recensioni, sempre più positive, tra le quali quella di Morris Dickstein per il «New York Times» in cui Stoner viene definita una “perfect novel” “bella da togliere il fiato”.  Fu un crescendo che ebbe il suo culmine con la traduzione in francese di Anna Gavalda, nonostante inizialmente la sua vocazione per libri ritenuti commerciali e la diffusione soprattutto tra un pubblico ritenuto popolare crearono una certa diffidenza soprattutto nel mondo accademico. Resta il fatto che dopo la traduzione francese seguirono altre traduzioni in Europa, fino allo sbarco in Italia in Fazi, con un record di vendite sia in Italia che in altri stati europei (Olanda, spagna, Germania) e non solo.

Un tempo sospeso.

Di Stoner è già stato detto tutto. Non mi soffermerò, quindi, su nulla che non sia solo ed esclusivamente l’eco delle mie emozioni, che non riesco a togliermi di dosso e dal cuore pur avendone terminato la lettura già da almeno un mese.

Stoner non è quel tipo di libro che rimane impresso nella memoria di un lettore per le pagine che non smettono di stupire ad ogni riga, ad ogni immagine, ad ogni parola letta. Né tantomeno perché racconta una storia irresistibile, di quelle che non ti lasciano in pace un attimo e che non riesci a smettere di leggere perché vuoi sapere come va a finire.

No. Stoner non è nulla di tutto questo, ma la bellezza della sua storia risiede proprio nella normalità dei suoi piccoli passi compiuti lentamente, uno dopo l’altro, con una immensa fatica e un trascinarsi nella lunga serie di giorni che accompagnano il professor Stoner fino alla fine dei suoi giorni.

Una storia, fatta dalle singole pagine che diventano un piccolo miracolo, che ha saputo attraversare il tempo e la storia rimanendo a galla e dimostrando come ogni istante della nostra vita possa in qualche modo diventare una piccola verità, capace di rimanere tale anche dopo molti anni e dopo molte vicissitudini.

Stoner non è solo un libro ben scritto. E non è vero che non racconta una storia. Perché racconta, eccome, una storia che è la storia di molti, di tutti quelli che vivono passivamente gli eventi pur avendo dentro di se tanta energia. Un’energia che non riesce a venir fuori, perché non trova appigli e non ha il coraggio di trasformarsi in qualcosa di buono per se, ma che si trasforma in altruismo: perché forse è più semplice avere il coraggio per le cose degli altri e conservare per se un mucchio di alibi, rimpianti, pretesti, rinunce,  per avere sempre a portata di mano un motivo a cui ricorrere per accettare il proprio fallimento.

Stoner, man mano che le parole scorrono tra le pagine, ti diventa sempre più amico. Un amico al quale vorresti dare una pacca sulla spalla, al quale vorresti urlare: “vai!  Fatti la tua vita e non pensarci più”, ma che allo stesso tempo accetti per la sua solidarietà e il suo altruismo, per quel pensiero costante e amorevole rivolto alla sua adorata Grace , dalla cui vita si sente escluso, ma senza rancore.

È un amico che ti racconta il suo dolore ad ogni passo, ma allo stesso tempo è capace di raccontare, insieme al suo dolore, anche una sorta di conforto: una consolazione che diventa un metodo, con il quale accettare lo scorrere pesante dei suoi giorni  colmandoli della sue uniche e grandi passioni che sono la letteratura e l’insegnamento.

Non da antidoti al dolore. Né soluzioni. Il dolore te lo fa vedere come dentro ad uno specchio, come fosse il tuo e finalmente lo puoi vedere dal di fuori e analizzarlo, guardarne gli spigoli e le curve, ché di linee rette neanche l’ombra. Una sorta di autocoscienza che mentre la guardi  si trascina, pesante, e non lascia spazio a scuse o all’inganno delle illusioni che provano a tenerti in piedi. Ogni passo diventa zavorra: l’ennesima zavorra che accumuli una sull’altra e che diventa un solo unico grande immenso peso che ti schiaccia e ti annienta.

Impari così a conoscerlo e ad amarlo, Stoner. Ad ogni pagina sempre di più. Fino all’ultimo suo respiro, finito con un libro in mano e con la solita e rassegnata incoscienza di chi ha vissuto, eccome, nonostante il suo trascinarsi.

Emanuela Gioia

Titolo : Stoner

Autore: John Williams

Casa editrice: Fazi Editore

Anno di pubblicazione: 2012

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