BORGO VECCHIO di Giosuè Calaciura.

Certi luoghi che assomigliano a un destino.

Borgo Vecchio è il quartiere di una città non  identificata nello spazio e nemmeno nel tempo. Non viene mai nominata, eppure la potenza di alcuni indizi ce ne fanno respirare l’aria meridiana attraverso le parole che scorrono come un fiume in piena, capaci di fotografare volti, emozioni, paure, speranze.

Soprattutto quelle di tre ragazzini, che di quella città,  e della sua dimensione più ristretta, ne subiscono i lati peggiori, seppur riuscendo a trovare, in mezzo a questi, scorci di bellezza e meraviglia, per accompagnare il loro percorso di scoperta della vita.

Borgo Vecchio è un quartiere di Palermo, ma potrebbe essere il quartiere di una qualunque città del Sud. Una di quelle città che sul palcoscenico della loro quotidianità raccontano le contraddizioni, omologate e omologanti, sospese tra quei vicoli chiusi e angusti, in cui si consumano orrori nel silenzio assordante della rassegnazione, e quelle aperture sul mare che aprono varchi di speranza e  raccontano di fughe e di ritorni, di sofferenza e nostalgia: sentimenti che tutte le città del Sud si portano dietro come una zavorra e da cui è difficile liberarsi.

Giosuè Calaciura entra in quella dimensione quasi brutale con una poesia che gli scivola dentro come fosse olio profumato. Una poesia che avvolge ogni singolo frammento buio e gli ridona luce, quasi addirittura bellezza, per ciò che dice e per come lo dice.

Persino la scelta formale della scrittura, grazie alla punteggiatura essenziale e ridotta quasi all’osso, scivola sulle immagini in maniera delicata e senza interruzioni, in un crescendo che ci racconta la voglia di liberarsi da quel labirinto buio e stretto che promette luce: basta solo uscirne e averne davvero la voglia. È la potenza del racconto, della narrazione che si fa speranza attraverso le parole e le immagini, attraverso il senso delle cose che si fa bellezza.

I tre ragazzini, Mimmo, Cristofaro e Celeste, protagonisti del libro, guardano a quell’inferno con gli occhi innocenti della loro età e cercano la salvezza in quel loro piccolo mondo, che li tiene prigionieri nell’ orrore e li condanna per gli errori che non appartengono a loro se non di riflesso. Il padre di Mimmo è un macellaio: inganna i clienti truccando la bilancia e disprezza il figlio;  il padre di Cristofaro beve fino a stordirsi e ha la sbronza cattiva:  ogni sera picchia suo figlio in maniera così furiosa e selvaggia  che i rantoli e  i lamenti rimbombano propagandosi tra le strade del borgo;  Carmela, la madre di Celeste, si prostituisce per sopravvivere. Queste le loro colpe. Colpe da cui si sentono uniti in un unico destino che li accomuna e che, paradossalmente, fornisce loro la forza di continuare a sognare.

E poi c’è Totò. Totò che vuole sposare Carmela, la prostituta, e salvare i bambini da quel destino che qualcuno ha scritto per loro. 

«Mimmo raccontava a Nanà l’ ostinazione di Celeste che non aveva carattere terreno. Persino Dio che mai si era commosso il pane, aveva mostrato i muscoli del suo fastidio per quegli studi lontani dalla sua grazia. E non erano servite le intercessione della Madonna del Manto perché il Signore prima aveva mandato una pioggia sottile di minaccia affinché Celeste intuisse la sua collera, e lei aveva risposto a tono, con fogli di cellophane a proteggere le pagine del sussidiario, poi aveva soffiato folate di vento capriccioso a complicarle l’illusione  degli studi, facendole perdere il segno delle pagine, e lei con tenacia tornava indietro parola per parola a ricostruire il labirinto della sua evasione. E dal momento che Celeste non voleva capire, svuotò il cielo di tutta la pioggia a temporale che aveva conservato (…). E più scrosciava la pioggia, più Celeste si stringeva nella sua giacchetta da neve tirando gli elastici del cappuccio e continuava a leggere nel sussidiario

Una delle immagini più belle è certamente la visione, attraverso gli occhi di Mimmo, di Celeste:  fanciulla mite e studiosa, costretta a rimanere per ore sul balcone di casa per lasciare l’interno della  casa alla madre, Carmela, che regala agli uomini momenti di leggerezza vendendo il suo corpo, sotto un tetto celeste e al cospetto della Madonna del Manto.

Celeste è un mentore inconsapevole; è colei che con la sua pace interiore suggerisce modalità di azioni che possano contrastare tutte le brutture che, nel contesto in cui i tre ragazzi vivono, sono quotidiano nutrimento.

Ma è Totò che, inaspettatamente, compie il primo passo del cambiamento. Proprio lui, il rapinatore, che di quell’inferno aveva toccato il fondo e che, proprio per questo, sente il bisogno di risalire per mettere ogni cosa al proprio posto: ridare dignità alla donna che ama, e che è costretto a dividere con altri uomini;  fare da padre a Celeste;  liberare Cristoforo dalla violenza del padre. Uno scossone necessario che diventa l’unica alternativa possibile, che per i tre ragazzini rappresenta il riscatto e la salvezza.

« (…) Totò annunciò che si sarebbe spostato con Carmela, che sarebbe diventato il padre di Celeste, che adesso basta, bisogna cambiare la nostra vita a cominciare da quella di Cristofaro, che avrebbe parlato lui con quell’ubriacone di suo padre, perché neanche con un dito avrebbe dovuto toccare il figlio, e nessun foglio subirà più la disperazione dei padri, e avrebbe cambiato il mondo perché sposare una prostituta è già uno scrollone

Ma è un destino segnato, quello delle anime di Borgo Vecchio: Totò, Carmela, Celeste, Mimmo, Cristofaro. Un destino che, nonostante nel racconto sembra trovare il passo di una nuova direzione, cambia rotta all’improvviso per tornare nella dannazione eterna di quell’inferno sulla terra che non può cambiare nemmeno nella finzione del racconto.

Perché ci sono luoghi della terra dove la giustizia è un concetto che fa a pugni con la realtà che si vive, dove ogni cosa è diversa da come appare, dove il destino di ogni individuo è segnato da ciò in cui è costretto a specchiarsi e da cui non può che avere indietro un’immagine distorta: che appare come ciò che non è, ma che non può che essere quel che sembra.

Mimmo, Celeste e Cristofaro sono lo specchio della condizione in cui sono nati, ma hanno ancora la bellezza innata di chi guarda il mondo senza filtri e riesce a vederne il bello anche in mezzo al nero più nero. E quel bello lo sognano tutti i giorni e provano a dargli una forma per trovarci dentro un angolo in cui potersi accomodare.

«Celeste sapeva che le città di mare per chi sbarca hanno destini infelici di miseria perché si sente più forte la nostalgia del ritorno come l’urgenza della partenza, e sapeva che avrebbero dovuto prendere ancora un treno per spingersi sino all’interno e scongiurare ogni richiamo».

Come in una fiaba, che cerca la strada del bene, ma poi viene ostacolata e tradita dal suo stesso essere fiaba.

«Il traditore entrò né come amico né come cliente, aveva uno sguardo da padrone e non era più divorato dall’amore. Fece a Carmela un discorso come un ricamo (…) Lui l’avrebbe trattata come una reliquia di Santa da esporre al pubblico perché non c’era giustizia nel privare il mondo dell’estasi della sua carne. (…) Carmela capì che là strade era appena iniziata

È lui che riporta tutto al proprio posto: il traditore che, come un millantatore di giustizia, ribalta quei destini riportando la realtà nella sua condizione originaria.

Emanuela Gioia

 

TITOLO Borgo vecchio

AUTORE Giosuè Calaciura

EDITORE Sellerio

ANNO DI USCITA 2017

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.