Alla ricerca di Proust.

Giovanni Raboni e le traduzioni che hanno portato La Recherche in Italia

Otto Wegener, Public domain, da Wikimedia Commons

Il viaggio attraverso la Recherche di Proust è un viaggio che non finisce mai. Inizia con la lettura dei sette volumi, con le sue oltre 3000 pagine che molti definiscono una montagna da scalare, e poi continua, senza sosta, nel percorso personale di chi ne rimane rapito e incantato.

Quello di Proust è il romanzo più lungo del mondo. Gli impavidi che vi si avvicinano non sempre riescono a completarne la lettura. Per molti prevale l’abbandono, per altri la scelta di una lettura ridotta, ma c’è anche chi con volontà e determinazione, decide, e riesce, ad arrivare fino in fondo al quel mondo da cui, poi, non riesce a separarsi mai più.

Leggere la Recherche, dunque, è una sorta di viaggio attraverso il tempo: un tempo che si dilata grazie al racconto e alla scrittura, pregna di particolari che si srotolano sulla pagina attraverso le parole e le emozioni, e che dilata anche il tempo di chi a quei particolari prova a dare una forma e a farli suoi.

Ogni lettore vive la Recherche a modo suo, ma molto di quello che passa dalle parole, in virtù della loro immensa funzione, e dalle emozioni ad esse connesse, è strettamente legato al compito e alla responsabilità affidate ai traduttori di rendere quanto più possibile vicina all’originale una versione in una lingua nuova.

Un compito arduo perché quello di Proust, con le parole, le frasi fiume, la complessità della sintassi utilizzata per esprimere elementi emotivi e psicologici, rappresenta un modo nuovo di scrivere e di raccontare. Non riuscire a restituire quella modalità, che racchiude il senso stesso di tutta l’opera, rischia di distruggerne la bellezza e il significato.

I traduttori de La Recherche in Italia.

Marcel Proust scrive A la recherche du temps perdu tra il 1906 e il 1922, anno della sua morte.

Gli ultimi tre volumi saranno pubblicati postumi e l’intero romanzo, completo di tutti i capitoli, sarà pubblicato tra il 1913 e il 1927.

Warburg, da Wikimedia Commons

In Italia la traduzione completa di tutta l’opera inizierà ad essere considerata solo dopo la guerra. Prima di allora, e fino ai primi anni 40 del ‘900, erano stati tradotte, e pubblicate dalle riviste letterarie dell’epoca più attente alle novità letterarie, solo alcune parti del romanzo, spesso passi fin troppo brevi che non riuscivano a dare conto della grandezza dell’opera, inficiate anche dalla poca conoscenza che i traduttori stessi avevano della Recherche.

Un ritardo dovuto, oltre all’impegno che un’operazione del genere comportava, anche ad una serie di critiche negative portate avanti, tra gli altri, da alcune voci autorevoli dell’ambiente culturale italiano di allora, tra cui Benedetto Croce, Gabriele d’Annunzio e Giuseppe Prezzolini. Voci che, nonostante fossero affiancate anche da apprezzamenti per lo stile proustiano, tra cui quelli di Giuseppe Ungaretti e Giacomo Debenedetti, e a quelli del giornalista e scrittore Lucio D’Ambra – primo a scrivere con entusiasmo di Proust in Italia -, ebbero per qualche tempo la meglio.

I primi tentativi di diffusione della Recherche furono comunque accennati già negli anni venti.

La prima traduzione risale al 18 febbraio del 1923 ad opera di Corrado Alvaro, il quale tradusse un passo del volume La Prisonnière con il titolo La morte di Bergotte.

Altri pezzi selezionati furono tradotti tra il 1924 e il 1925 da Renato Mucci e da Giovanni Comisso, nonostante ci fosse di mezzo anche la censura da parte del regime fascista.

Nel 1944, invece, ci fu la prima versione un po’ più consistente, firmata da Eugenio Giovannetti che tradusse un’ampia parte del volume La Prisonnière, pubblicata da Jandi editore con il titolo La precauzione inutile, mentre un anno dopo di nuovo Renato Mucci si occuperà del terzo capitolo del romanzo, Albertine disparue, pubblicata da Edizioni del Cavallino con il titolo Soggiorno a Venezia.

Quelle appena citate, però, furono traduzioni parziali e sconnesse dalla totalità dell’opera complessiva. Infatti, fu solo subito dopo la guerra che finalmente si partì con l’intenzione di portare avanti la traduzione completa di tutti i capitoli che formavano l’intero romanzo.

Inizialmente si partì solo con la traduzione completa del primo capitolo, Du côté de chez Swann, che fu tradotto da più autori per più case editrici: Bruno Scacherl lo tradusse per Sansoni, con il titolo Casa Swann, Armando Landini per la Jandi -Sapi, con il titolo Un amore di Swann e Natalia Ginzburg per l’Einaudi, con il titolo La strada di Swann.

Fu proprio l’Einaudi che concretizzò la prima impresa editoriale della traduzione di tutta l’opera che vide la luce nel 1951. Giulio Einaudi, infatti, nel 1937 propose a Natalia Ginzburg la traduzione del primo capitolo dell’opera, facendole firmare un contratto che la impegnava a consegnare l’intera traduzione entro il 1947. Lei inizialmente accettò, ma dopo aver tradotto con grande fatica, come lei stessa racconta, il primo capitolo, decise di fermarsi e i successivi furono affidati a nomi diversi, tra i quali anche nomi autorevoli come Franco Fortini e Giorgio Caproni che si occuparono rispettivamente degli ultimi due capitoli, Albertine scomparsa e Il tempo ritrovato, mentre All’ombra delle fanciulle in fiore fu tradotto da Franco Calamandrei e Nicoletta Neri, I Guermantes da Mario Bonfantini, Sodoma e Gomorra da Elena Giolitti e La prigioniera da Paolo Serini.

L’unico scrittore a portare avanti la traduzione dell’intera opera fu Giovanni Raboni.

Pubblicata da Mondadori, è diventata una delle traduzioni più autorevoli e sicuramente la più diffusa.

Più di recente, nel 1990, la Newton Compton ha pubblicato l’intera opera, curata da Paolo Pinto e Giuseppe Grasso, la cui traduzione dei singoli volumi è stata affidata ad autori diversi. 

Raboni e la Recherche

Quello che Giovanni Raboni ebbe con Proust e con la Recherche è un rapporto che segnò buona parte della sua vita. Un rapporto importante, iniziato subito dopo gli studi liceali, quando il padre, come lui stesso ci racconta nel saggio Il tenero tormento di Swann e Odette. La gelosia secondo Proust, apparso sul «Corriere della Sera», il 5 agosto, 2000, gli regalò i quindici volumi dell’edizione Gallimard:

«[…] avevo appena superato l’esame di maturità liceale e mio padre – sicuro, nella sottigliezza del suo affetto, di non potermi fare regalo più gradito – mi fece trovare a casa la Recherche di Proust nell’edizione Gallimard in quindici volumi, indimenticabile anche per chi, come me, ha avuto poi lungamente a che fare con i tre grossi tomi rilegati dell’edizione Clarac-Ferré e, più tardi, con i quattro ancora più grossi dell’edizione Tadé […]»

Era il 1950 ed è proprio in quagli anni che il sodalizio con Proust inizia a prendere forma. Un sodalizio che vent’anni dopo, nel 1973, confluirà in uno dei lavori più lunghi e impegnativi della sua vita, a dimostrazione di quanto l’amore per la Recherche spesso diventa attaccamento, a volte ossessione, senz’altro una sorta di conversione perpetua.

«Dopo aver letto più di una volta per intero la Recherche mi sono trovato improvvisamente di fronte a una strana, inaspettata opportunità: quella appunto di “riscriverla”, voglio dire di tradurla per intero, e da solo, nella mia lingua. È evidente che una proposta del genere la si può accettare soltanto con una certa dose di incoscienza. Dopo averla accettata e ancor di più dopo essermi messo al lavoro ho avuto, lo confesso, non pochi momenti di autentico terrore, mi svegliavo di notte e pensavo “non finirà mai, non è possibile, non ce la farò mai ad arrivare alla fine”. Eppure non mi sono mai pentito, nemmeno per un solo istante, di avere accettato. Ero spaventato, sentivo l’inadeguatezza delle mie forze e della mia stessa vita, ma non mi sono mai pentito, non mi sono mai detto “non dovevo accettare”: perché avere a che fare così intimamente con un capolavoro come questo è un arricchimento infinito, inestimabile, al quale, una volta che lo si è “assaggiato”, non si vorrebbe rinunciare per nulla al mondo. Il rapporto che si riesce a instaurare con un’opera traducendola è un rapporto di una intensità inimmaginabile perché consente di ripercorrere – ripercorrere nel suo farsi, nella sua tensione – estensione originaria e reale – non soltanto il pensiero dell’autore, ma, se così si può dire, il pensiero dell’opera, il pensiero interno e organico dell’opera stessa – qualcosa che nessun altro tipo di lettura, credo, nemmeno il più capillare e minuzioso, può dare con tanta completezza e immediatezza fisica. »

Fu il suo grande amico Vittori Sereni, allora direttore editoriale della Mondadori, che nel 1973 gli propone questa nuova grande impresa. Raboni era già reduce dalla traduzione dell’opera poetica di Baudelaire, ma quando Sereni gli telefona per dirgli che sarebbe stata cosa buona e giusta proporre, rispetto all’edizione dell’Einaudi che aveva sette traduttori diversi, un’edizione che fosse il lavoro di un’unica penna e un’unica testa, alla domanda «te la senti?» rispose: «[…]io che vivevo con Proust da più di vent’anni, ho detto di sì»

Così nel 1978 Raboni inizia questo immenso lavoro che lo terrà impegnato per circa vent’anni, fino al 1993, anno dell’uscita del quarto ed ultimo meridiano di Alla ricerca del tempo perduto. Un lavoro impegnativo e faticoso, ma di cui Raboni, per congedarsi dall’incarico portato a termine, dirà:

«Sono contento di aver fatto questo lavoro e ancor più contento di averlo finito. […] Dire cosa significhi l’opera di Proust in questo secolo non è facile; bisognerebbe prima capire che cosa significa questo secolo… Con una battuta, si può dire che la Recherche è una summa “anticipata” del sapere del Novecento fatta da uno dei massimi scrittori dell’Ottocento. […] uno sconvolgente libro di confessioni e un saggio di estetica e di psicologia che precorre quanto di meglio si è fatto in questo campo in tutti i decenni successivi».

Emanuela Gioia

Articolo già pubblicato, in forma ridotta, sul blog di Next Audiolibri

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