NELLA GIOIA LUMINOSA DELL’INGANNO.
Etta Scollo canta Lunaria di Vincenzo Consolo

Dov’è Abacena, Apollonia, Agatirno, Entella, Ibla, Selinunte? Dov’è Ninive, Tebe, Babilonia, Menfi, Persepoli, Palmira? Tutto è maceria, sabbia, polvere, erbe e arbusti c’hanno coperto i loro resti. Malinconica è la storia. Non c’è che l’universo, questo cerchio il cui centro è ovunque e la circonferenza da nessuna parte, questo incessante cataclisma armonico, quest’immensa anarchia equilibrata.

E invocherò te pure

Lunaria del mio sogno.

(Lunaria…)

Con me, stridendo,

a ogni girar di vento,

t’invocherà il galletto,

il pesce, la bandiera

di latta sui pinnacoli,

i comignoli del tetto

gracchiando, diuturna

preghiera oggettivata,

le croci anémole,

la macchina di canne,

frusciando, sbiaditi

panni, sfrangiate gale:

(Lunaria. Lunaria…)

silente o di voce strana

è l’amore vero, la brama

la nostalgia sincera.

La mia volerà verso di voi

con un messaggio legato alla su zampa,

una parola fragile, indicibile…

Vi prego, custoditela.

Ma già dimenticai…

Ah, voi, aiutatemi, perdo la memoria,

non so più dove sono

non so più chi sono…


Etta Scollo ha una voce inconfondibile.

Una voce piena, come il suo essere  siciliana: una siciliana innamorata della sua terra ma, ancor più, della vita e del suo essere artista a tutto tondo.

Nasce a Catania e, come tutta la gente del Sud, si porta dietro (e dentro) quel  “Caos” di cui Pirandello amava definirsi figlio: “Io son figlio del Caos; e non allegoricamente, ma in giusta realtà, perché son nato in una nostra campagna, che trovasi presso ad un intricato bosco denominato, in forma dialettale, Càvusu dagli abitanti di Girgenti, corruzione dialettale del genuino e antico vocabolo greco Kaos”. Un caos che deriva, prima di ogni cosa, dalla difficoltà di essere figli di una terra così variegata e cosi stratificata: una terra la cui cultura è frutto proprio di una mescolanza di popolazioni e razze, passate da questi luoghi senza mai trovare un amalgama, che si trasforma in una inquietudine che per ogni siciliano è anche, e soprattutto, una ricchezza culturale.

Vive a Berlino, Etta. In una Berlino a cui è approdata dopo aver percorso diverse strade: da Torino, a Vienna, ad Amburgo, ma sempre rimanendo legata  a quelle radici di inquietudine che, quasi sempre, hanno la forza di rielaborare quella linfa di creatività che molti siciliani mostrano.

Una  Sicilia che è, quindi, appartenenza e che dal distacco genera una tensione che si traduce in un nuovo incontro: incontro non solo con le proprie radici verso le quali, inevitabilmente,  quella stessa appartenenza muove, ma soprattutto tra anime che fuggono da quelle stesse inquietudini e che brancolano instancabili nel buio delle loro passioni fino a scorgere oasi di condivisione.

E l’incontro tra Vincenzo Consolo e Etta Scollo ha il gusto di quella condivisione: un avvicinamento prima di tutto spirituale che si è  trasformato, poi,  in un incontro professionale e artistico che ha subito dato adito alla voglia di costruire e realizzare qualcosa insieme:  “Fu stranissimo: lui venne a Berlino nel settembre del 2009 per propormi l’idea.  – dice in un’intervista –  Era esattamente due giorni dopo la mia separazione.  Io ero fuori di me, mentalmente a pezzi.  Il progetto mi entusiasmava e ho accettato di corsa (…)

Nasce cosi “Lunaria – nella gioia luminosa dell’inganno” , il lavoro discografico di Etta Scollo che prende forza proprio da “Lunaria“, favola teatrale di Vincenzo Consolo,  il cui protagonista è Casimiro, un Viceré di Palermo, triste e misantropo, idealista e disilluso, oppresso dalla moglie e dai suoi cortigiani, che sogna la caduta della Luna e assiste, poi, all’avverarsi di quel sogno. E nasce, soprattutto, dalla particolare complicità nata tra i due artisti che, insieme, decidono di mettere in evidenza le potenzialità teatrali e musicali di questo “Cuntu” , come più volte Consolo stesso lo aveva definito,  ispirato a “Lo spavento notturno” di Giacomo Leopardi e  a “Le esequie della Luna” di Lucio Piccolo. Un racconto, nato per essere letto,  che trova il suo completamento nella trascrizione musicale che si fa, poi, pièce teatrale.

Una mescolanza di performance narrativa e arte scenica,  di sonorità e termini dal sapore antico, muovono le fila di un nuovo racconto:  il racconto di una Luna che è metafora della caduta dei miti nel nostro tempo: il sogno di un futuro che svanisce, la disillusione di fronte alla realtà, l’utopia che si fa malinconia.

Ma se malinconia è la storia, l’infinito, l’eterno sono ansia, vertigine, panico, terrore. Contro i quali costruimmo gli scenari, i teatri finiti e familiari, gli inganni, le illusioni, le barriere dell’angoscia. E il primo scenario fu la Luna, questa mite, visibile sembianza, questa vicina apparenza consolante, questo schermo pietoso, questa sommessa allegoria dell’eterno ritorno. Lei ci salvò e ci diede la parola, Lei schiarì la notte primordiale, fugò la dura tenebra finale. A Lei rivolsero parole di luce e miele filosofi e poeti, pastori erranti, preghiere le donzelle, nenie i fanciulli, lamenti uomini chiusi nelle torri. Se ora è caduta per il mondo, se il teatro s’è distrutto, se qui è rinata, nella vostra Contrada senza nome, è segno che voi conservate la memoria, l’antica lingua, i gesti essenziali, il bisogno dell’inganno, del sogno che lenisce e che consola. Lunaria da ora in poi si chiamerà questa contrada, Lunaria…”

Emanuela Gioia

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