Se mi tornassi questa sera accanto. Carmen Pellegrino

A MIO PADRE
Se mi tornassi questa sera accanto
lungo la via dove scende l’ombra
azzurra già che sembra primavera,
per dirti quanto è buio il mondo e come
ai nostri sogni in libertà s’accenda
di speranze di poveri di cielo
io troverei un pianto da bambino
e gli occhi aperti di sorriso, neri
neri come le rondini del mare.
Mi basterebbe che tu fossi vivo,
un uomo vivo col tuo cuore è un sogno.
Ora alla terra è un’ombra la memoria
della tua voce che diceva ai figli:
– Com’è bella notte e com’è buona
ad amarci così con l’aria in piena
fin dentro al sonno – Tu vedevi il mondo
nel plenilunio sporgere a quel cielo,
gli uomini incamminati verso l’alba.
Alfonso Gatto

Ci sono libri che vedi la prima volta e ti appassioni all’immagine che subito ti si presenta davanti. Li guardi, li osservi, li annusi, li scruti: perché c’è qualcosa che ti richiama nelle parole, negli oggetti che diventano simboli e si accavallano ai pensieri come se ti appartenessero. Poi, però, te ne allontani: per paura, per diffidenza, per la certa convinzione che qualcosa, in quelle parole e in quelle immagini, è pronto a smuovere ciò che non vorresti.

Se mi tornassi questa sera accanto” di Carmen Pellegrino,  è uno di quei libri che mi è servito annusare, accarezzare, sentirne bene il peso prima di poterlo aprire e tuffarmi nella delicatezza che fin dalla prima pagina ho riconosciuto e assaporato. Perché, come dice Lulù, “c’è un tempo per ogni cosa” e solo dentro di noi sappiamo davvero quando questo tempo arriva, senza saperne precisare i motivi. Arriva e basta. E quando arriva, ti sorprende come un soffio delicato di aria pulita, leggera, che apre spiragli di luce e si apre all’altro senza barriere e ostacoli.

Ma chi è Lulù?

Lulù cresce in un mondo sognato. Un mondo fatto di mondi altri che si alternano tra gli ideali utopici – nati per affogare la delusione del fallimento del partito socialista e della corruzione politica – di Giosuè, e le immaginazioni folli – effetto di una malattia che annienta la realtà e sopravvive trasognante – di Nora.

In mezzo a queste fantasie, Lulù congegna un futuro altrettanto immaginifico: un futuro in cui si vede riparatrice di pensieri: dispensatrice di bellezza per tutti i suoi clienti.

«Ho deciso due anni fa. Farò la pensatrice. Avrò un’officina tutta mia dove aggiusterò i pensieri rotti.»
«Ma che sciocchezze! Non esistono pensieri rotti. E di sicuro non si potrebbero aggiustare.»
«Nella mia officina si potranno aggiustare. Io penserò cose belle, pensieri di felicità e serenità, e li metterò nella testa dei miei clienti. I pensieri brutti finiranno nella spazzatura. (…)»

Giosuè, suo padre, annaspa ramingo nel suo delirio utopico della “Città dell’Ignoto Ideale”, irrompendo nella vita della figlia, ancora bambina, con una foga impetuosa e delicata al tempo stesso, fatta di emozioni invadenti che superano quello spazio vitale che un genitore dovrebbe saper misurare.

Una passione, la sua, che incalza e diventa morbosa, ansiosa, malata. E condiziona il futuro di Lulù e, inevitabilmente, anche il suo.

«E dove si trova questa città?»
«Per ora non esiste ma la costruiremo noi, in campagna. Ci trasferiremo nel casolare dei nonni e richiameremo i vecchi compagni: Filippo Antinoni, Paoluccio e gli altri…»
«Nella nuova città potrò aprire la mia officina?»
«Vedremo, vedremo. Intanto, terminato il liceo, studierai Agraria. Imparerai la disciplina per la coltivazione della terra e la passerai agli abitanti dell’Ignoto Ideale. Apprenderai l’agronomia, la zootecnia, l’agrimensura. Dovrai sapere tutto sulle coltivazioni arboree e arbustive, sulla sofferenza delle piante, che non dovranno avere misteri per te. Ci siamo capiti, Lulù? Prometti che lo farai.»
«Te lo prometto, papà»

Un futuro che lo vede solo, abbandonato a sé stesso e al suo ideale mai concretizzato, pronto a guardarsi dentro e a riconoscere i suoi errori. E lo fa scrivendo alla sua bambina, ormai adulta, che è andata via, fuggendo dalla sua casa, dalla sua terra, da tutto ciò che le appartiene e che rifugge per poter, poi, ritrovare.

Lulù fugge, dopo aver assecondato per anni le volontà di Giosuè, studiando agraria e coltivando, man mano che ne sta distante, il disincanto per una realtà che sente sempre più distante e sempre più opprimente. Fugge per negare il dolore, per cancellarne le tracce e seguire nuovi percorsi, nuovi pensieri, distante da un passato che ha trattenuto la sua anima in una spirale di inquietudini e ansie.

Un passato, quello in cui Lulù forgia la sua anima, fatto di una realtà “pensante”, in cui i pensieri viaggiano più veloce e si materializzano attraverso la loro stessa forza. Una forza che raccoglie energia e vitalità dalla potenza, prorompente a volte, pacata altre,  dell’acqua: da quel fiume che cullerà per sempre i pensieri di Giosuè, svelati, prima, tramite quella “pazzia naturale a cui (…) pensava costantemente, specie da quando aveva rivelato alla figlia il mestiere che avrebbe fatto da grande, e le aveva visto negli occhi un sole che rompe le nuvole”, consegnati, poi, a carta e penna e ad una bottiglia che aspetta la piena del fiume per imboccare la giusta strada.

Una piena che si fa attesa e diventa ritorno, che ripara i pensieri e ricompone la memoria, proprio lì, sulla “casa galleggiante” dove Lulù trova riparo dopo aver vagato per due anni alla ricerca di un sostegno. Lo trova in Andreone, l’uomo che, a differenza di suo padre, possiede il dono della leggerezza e saprà disseppellire il desiderio della riconciliazione.

«Non pensarci più, è acqua passata».
Lulù, non crederlo mai. Le acque si avvicendano, fluiscono, qualche volta s’infossano, ma non passano mai. Anche quando vi si è abbattuta sopra una tale tempesta, certe acque non passano mai. È bene che sia così. Non divenire avida di futuro, senza più ricordare. Tu e io veniamo dalla stessa povertà. Siamo come i pettirossi che hanno imparato a volare senza una bussola, senz’altro che un verme in pancia e la forza delle ali e degli occhi.
Non è per rattristarti che provo a ricordartelo. È per non tacere niente. Credimi, vorrei solo che sapessi che all’origine dei miei modi aspri c’erano le privazioni che mi hanno per sempre segnato. Questo volevo dirti e mille volte mi addosso la colpa di non averlo fatto prima. Forse lo sto scrivendo per un meschino egoismo. Sembra che a un certo punto i ruoli s’invertano ed eccomi alla tua porta, a cercare comprensione, un po’ di calore.
Per questo mio egoismo e per gli altri, se puoi, trova nel tuo cuore il modo di perdonarmi.

La “casa galleggiante” rappresenta, per Lulù, l’approdo alla consapevolezza, e diventa metafora di tutto il suo essere, facendosi specchio della vacuità della sua vita, che rimane appesa alla piena che deve arrivare e che lei si appresta ad accogliere, trasformando così la sua esistenza immobile e senza soluzioni in un mutamento consapevole e pronto a desiderare il futuro.

Un approdo agognato, che è l’unico vero scopo di quel viaggio di espiazione che Lulù/Carmen, narratrice del Sud, compie come punto di partenza per la conoscenza di sé e che le permette di riappacificarsi con la sua vita passata, dopo essersene allontanata alla ricerca di quel che era lì, senza possibilità di essere visto.

Il fiume si fa, cosi, verità e memoria, rivelazione e incanto, viaggio e liberazione. Un viaggio di espiazione per affrancarsi dal fardello dell’oblio, rincorso e mai attraccato, che nulla può dove l’amore è fatto di impulsi autentici e autentiche passioni

“Ricorda questo: dalla terra veniamo e alla terra ritorneremo, e non necessariamente da morti. Il posto sicuro per noi è la terra vicino al fiume. In quel fiume ci ritroveremo sempre.”
Emanuela Gioia
DALLA NOTA IN CALCE AL LIBRO:
Sono cresciuta fra i massicci di quello meridionale (gli Alburni) che cambia rapidamente profilo e colore, fino ai picchi di stupefacente armonia. Sull’Appennino, in continuazione e per sempre, si vive tra le contraddizioni e si assimilano forme estreme di convivenza tra bellezza e perdita, forza e fragilità, vita e morte. Oggi una cosa so per certa: chi nasce tra quei monti non chiederebbe di poter rinascere altrove, sebbene non possa aspettarsi niente dalla terra e niente dal cielo. Così, s’impara presto a risemantizzare la parola disperanza, che diverrà l’attitudine a inseguire la speranza nelle cose disperanti.

Titolo : Se mi tornassi questa sera accanto

Autore: Carmen Pellegrino

Casa editrice: Giunti

Anno di pubblicazione: 2017

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