L’America di Mario Soldati: il sogno di un amore interrotto

Mario Soldati è stato una rivelazione. Devo dire con rammarico che non avevo mai letto nulla di questo scrittore e regista torinese, scomparso nel 1999 ,  che si può annoverare tra gli scrittori “dimenticati” del panorama letterario italiano del Novecento, quelli a cui la critica non ha regalato nulla, anzi, ha semmai tolto, forse perché poco propensa a cogliere il trait d’union della sua opera, che si espresse attraverso diverse forme di comunicazione: fu scrittore, regista, sceneggiatore e autore televisivo e, in campo narrativo, si accostò a generi diversi,  dal romanzo al diario di viaggio, dal racconto al teatro, dal reportage alla critica d’arte.

Ma, per fortuna, non è mai troppo tardi per scoprire nuove letture, soprattutto quando ti ritrovi con l’intero (o quasi) catalogo di una casa editrice a portata di mano, con la possibilità di sfogliare e leggiucchiare i libri che ti incuriosiscono (la meraviglia del Salone del Libro di Torino è anche questa!).

Ed è cosi, infatti, che ho scoperto questa sua chicca: prima attratta dalla copertina, che presenta un bellissimo ritratto di Soldati uscito dalla mano inconfondibile di Carlo Levi e poi sfogliandone qualche pagina e leggendone qualche riga che mi hanno subito mostrato la potenza di un racconto lucido e reale, di un’America vista dagli occhi di giovane neolaureato italiano negli anni ’30.

Un brivido nella schiena.

La casa editrice in questione è Sellerio, che ha ripubblicato il libro nell’ottobre 2003, a cura di Salvatore Silvano Nigro, già edito precedentemente da Einaudi, Garzanti, Mondadori, con diverse revisioni di quello che fu l’impianto iniziale della prima edizione della casa editrice Bemporad del 1935. Bompiani, invece, che fu il primo ad essere interpellato, lo rifiutò per la evidente inclinazione filosemita di cui Soldati non fece mai mistero, esternandolo nel libro, ma anche nella vita, vantando amicizie con diversi ebrei, tra cui Carlo Levi, che, tra le altre cose, fu l’autore anche della bellissima prima copertina del libro, quella dell’edizione Bemporad.

Copertina di Carlo Levi alla prima edizione del 1935

Il racconto di “America primo amore” si dipana tra le maglie strette di un viaggio verso il sogno americano, che il giovane Soldati compie grazie all’ottenimento di una borsa di studio per insegnare alla Columbia University di New York, e la permanenza in quei luoghi tanto agognati che gli rivelano, però, una realtà molto distante da quell’ American way of life, inseguito e venerato dalla nuova generazione che vive l’America come un sogno.

Il sogno Americano

L’ideale del sogno americano prende piede già dalla fine della prima guerra mondiale. Gli Stati Uniti rappresentano per l’Italia, e per il Vecchio Continente, il luogo in cui spingersi per raggiungere, a fronte di una grande determinazione e di un duro lavoro, il vantaggio di avere in cambio benessere, ricchezza e felicità. Dunque una sorta di liberazione che si manifesta prima come fuga dalla fame, dalla povertà e dalle restrizioni di una vita fatta solo di sacrifici  che diventa, negli anni ‘30 soprattutto, gli anni più bui dell’ assolutismo fascista, un modo per alimentare la coscienza antifascista liberale che in quegli anni sembra voler uscire dal guscio del mero pensiero con una più concreta fuga verso il miraggio della libertà.

Una fuga che si allarga anche agli ambienti culturali, quindi, e che non ha come scopo solo il riscatto economico, ma anche sociale, culturale, professionale a tutto tondo.

Il Mito Americano

Nel perimetro di questo nuovo ideale si incastra la diffusione del mito letterario degli scrittori d’oltreoceano, a cui gli intellettuali italiani guardano con il gusto della rivelazione letteraria che si trasla, ben presto, nella voglia di conquistare una nuova prospettiva sociale.

Scrittori come Cesare Pavese o Elio Vittorini,  si approcciano alle pagine che raccontano la realtà di quel nuovo mondo in maniera curiosa e critica allo stesso tempo, in una visione che sarà perlopiù una reinterpretazione di una realtà che non avevano mai visto né vissuto, ma solo sentito raccontare o letto dai libri che avevano tradotto. Il fulcro dell’attrazione ricade sulla autenticità e sulla schiettezza con cui gli autori americani si esprimevano, raccontando una realtà nuova, moderna, attraverso uno stile rinnovato e figlio della modernità stessa, a differenza della letteratura a cui si era abituati in Italia, soprattutto durante il regime fascista, che peccava di una ostentazione, nella forma e nei contenuti, che oltre ad essere faziosa e accademica, aveva perso il contatto con la realtà. Dunque, una scoperta, quella dell’America letteraria, che rappresentava una nuova linfa, un nuovo modo di raccontare attraverso nuovi argomenti, ma anche attraverso uno stile rinnovato, più schietto e autentico:  “una incomposta sintesi di tutto ciò che il fascismo pretendeva di negare”, come aveva detto Calvino

Inn un articolo pubblicato nel 1947 sul quotidiano «l’Unità», Pavese scrisse:

«Verso il 1930, quando il fascismo cominciava a essere «la speranza del mondo», accadde ad alcuni giovani italiani di scoprire nei suoi libri l’America, una America pensosa e barbarica, felice e rissosa, dissoluta, feconda, greve di tutto il passato del mondo, e insieme giovane, innocente.
Per qualche anno questi giovani  lessero tradussero e scrissero con una gioia di scoperta e di rivolta che indignò la cultura ufficiale, ma il successo fu tanto che costrinse il regime a tollerare, per salvare la faccia. […] Per molta gente l’incontro con Caldwell, Steinbeck, Saroyan, e perfino col vecchio Lewis, aperse il primo spiraglio di libertà, il primo sospetto che non tutto nella cultura del mondo finisse coi fasci. Va da sé che, per chi seppe, la vera lezione fu più profonda. Chi non si limitò a sfogliare la dozzina o poco più di libri sorprendenti che uscirono oltreoceano in quegli anni ma scosse la pianta per farne cadere anche i frutti nascosti e la frugò intorno per scoprirne le radici, si capacitò presto che la ricchezza espressiva di quel popolo nasceva non tanto dalla vistosa ricerca di assunti sociali scandalosi e in fondo facili, ma da un’ispirazione severa e già antica di un secolo a costringere senza residui la vita quotidiana nella parola. […] A questo punto la cultura americana divenne una sorta di grande laboratorio dove con altra libertà e altri mezzi si perseguiva lo stesso compito di creare un gusto uno stile un mondo moderni che, forse con minore immediatezza ma con altrettanta caparbia volontà, i migliori tra noi perseguivano.
Quella cultura ci apparve insomma un luogo ideale di lavoro e di ricerca, di sudata e combattuta ricerca, e non soltanto la Babele di clamorosa efficienza, di crudele ottimismo al neon che assordava e abbacinava gli ingenui e, condita di qualche romana ipocrisia, non sarebbe stata per dispiacere neanche ai provinciali gerarchi nostrani.
Ci si accorse, durante quegli anni di studio, che l’America non era un altro paese, un nuovo inizio della storia, ma soltanto il gigantesco teatro dove con maggiore franchezza che altrove veniva recitato il dramma di tutti. E se per un momento c’era apparso che valesse la pena di rinnegare noi stessi e il nostro passato per affidarci corpo e anima a quel libero mondo, ciò era stato per l’assurda e tragicomica situazione di morte civile in cui la storia ci aveva per il momento cacciati.
La cultura americana ci permise in quegli anni di vedere svolgersi come su uno schermo gigante il nostro stesso dramma. Ci mostrò una lotta accanita, consapevole, incessante, per dare un senso un nome un ordine alle nuove realtà e ai nuovi istinti della vita individuale e associata, per adeguare ad un mondo vertiginosamente trasformato gli antichi sensi e le antiche parole dell’uomo. Com’era naturale in tempi di ristagno politico, noi tutti ci limitammo allora a studiare come quegli intellettuali d’oltremare avessero espresso questo dramma, come fossero giunti a parlare questo linguaggio, a narrare, a cantare questa favola. Parteggiare nel dramma, nella favola, nel problema non potevamo apertamente, e così studiammo la cultura americana un po’ come si studiano i secoli del passato, i drammi elisabettiani o la poesia del dolce stil novo.»
Cesare Pavese – “Ieri e oggi” in «L’Unità» – 3 agosto 1947 – Poi  in: Pavese, La letteratura americana e altri saggi, Einaudi 1959.

Ciò che viene idealizzato è non tanto la realtà in sé, quanto la sua rappresentazione, cioè il modo in cui un evento di vita reale viene rappresentato, raccontato, attraverso  quello che lui considera un artificio di natura letteraria:

“Questi americani hanno inventato un nuovo modo di bere. Parlo, s’intende, di un modo letterario. Un personaggio, ad un certo punto di un romanzo, pianta lì tutto: belle maniere, lavoro, famiglia – quando l’abbia – e solo, o in compagnia di un amico del cuore, scompare qualche tempo”. Passata la sbronza,

si “torna al posto nella vita. […] Questo succede nei romanzi. Non mi interessa ora la vita”. (…) “da noi non si è scritto nulla di simile a questo. Se in qualche romanzo sociale del secolo scorso qualche europeo beve fuori dell’ordinario, siamo alla solita polemica: l’ubriacone è un operaio, un bruto, la bestia umana. Ora la novità del mito americano è proprio che il bevitore non ha nulla di insolito: uomo medio tra gli uomini, la vita l’opprime e lui protesta a suo modo” C. Pavese, La letteratura americana e altri saggi, Einaudi 1959

L’America di Mario Soldati

Ma se Pavese e Vittorini, considerati americanisti del secondo periodo, furono i più grandi promotori del mito americano  – è infatti, con Vittorini che si raggiunge l’apice del mito americano, con la pubblicazione presso Bompiani nel 1942, di Americana , la prima antologia di brani di autori americani – Faulkner, Hemingway, Steinbeck – tradotti da alcuni dei maggiori scrittori italiani: Pavese, Montale, Moravia, Gadda, lo stesso Vittorini che ne era stato l’ideatore -,  agli americanisti cosiddetti del primo periodo la letteratura americana fornì spunti per avvalorare la superiorità del vecchio continente e della civiltà europea.

Il mito della superiorità americana,  creato da Pavese e Vittorini, nasce da una reinterpretazione della realtà costruita attraverso le letture degli scrittori americani che volgono il loro sguardo ad un mondo che fino a quel momento non era mai stato preso in considerazione, raccontando una nuova realtà fatta di ribelli, vagabondi, disoccupati, banditi, assassini.

Le impressioni di chi, invece, in America ci mette i piedi e ne fiuta da vicino pregi e difetti, sono ben diverse. Negli anni ’30, subito prima che il sogno Americano assuma una visione più poetica che reale, alcuni intellettuali italiani si spingono oltre oceano per provare l’emozione di stare dall’altra parte, lì dove tutto è grande e scintillante e facilmente raggiungibile, almeno nella misura di quel che passava dalle immagini di Hollywood e dai racconti degli emigrati italiani.

Un sogno che rappresentava una via d’uscita per le migliori intelligenze italiane schiacciate dal sentimento di avvilimento che nasceva dalla situazione culturale chiusa e demotivante del fascismo.

E Mario Soldati in America ci va e ci rimane per tre anni, dal ’29 al ’31, nonostante la sua situazione a Torino, dove si era laureato in Storia dell’Arte, non fosse poi cosi pesante, grazie alle frequentazioni con importanti esponenti della cultura di quel periodo, come Carlo Levi, Giacomo Debenedetti, Piero Gobetti.

Sono anni ricchi di nuovi stimoli in cui ottiene grandi riconoscimenti e incoraggiamenti, ma appena se ne presenta l’occasione Soldati decide di scappare via dall’Italia. E scappa grazie ad una borsa di studio alla Columbia University di New York,  in quegli anni in cui l’interesse per il Nuovo Mondo iniziava a nascere, ma non se ne aveva ancora contezza e neanche grande fiducia. Una fuga necessaria, che diventerà il suo “errore giovanile”,  da motivi privati, biografici e politici che si aggrovigliano nella sua anima in un intreccio che non lascia scampo.

Del resto, non si decide di andar via, di emigrare dalla propria terra, se non si è sopraffatti da qualcosa, e in lui il sentimento di ripugnanza che nutre verso la rozzezza e la veemenza del regime, diventa predominante e liberatorio per quella decisione che, ad ogni modo, nasce dall’amore per un sogno: il sogno americano che si consuma nel desiderio di un luogo felice e pieno, che Soldati riesce a scandagliare nelle pieghe più vere di una realtà schiacciata dall’apparente opportunità di un nuovo inizio.

È l’America degli anni 30 quella che Mario Soldati scopre una volta arrivato a New York con il transatlantico Conte Biancamano. Lui ha 23 anni e dell’esperienza di quei tre anni vissuti a tutto tondo, parlerà in America primo Amore, reportage di viaggio e diario dell’anima, in cui racconta l’abbaglio di quel nuovo inizio, tanto agognato e atteso da non sembrare vero quando si attracca finalmente sulla terra ferma, da cui parte, invece, il calvario di una vita fatta di fatica e sacrifici, ma soprattutto solitudine forzata.

Il libro è diviso in sezioni e ogni sezione racconta una fase del viaggio. Un viaggio che si compie a partire dal sogno americano fino alla scoperta di una realtà che appare sempre meno esaltante, nella descrizione della quotidianità e attraverso l’esperienza di alcuni episodi che hanno saputo marchiare a vita il ritorno in Italia, con una croce di consapevolezza contraria e sfavorevole su quel meraviglioso paese chiamato America.

Il desiderio della partenza, che diventa entusiasmo e passione per affrontare il viaggio e incontrare la realtà americana, che immagina enorme e piena di tutto ciò che appare vitale, si trasforma in delusione per una società che si svela «una barbarie spirituale», una realtà asfissiante, rumorosa, roboante, emarginante, escludente, che pone tutti sullo stesso piano in uno stretto rapporto di fratellanza in cui il ricco e il povero, il nero e il bianco, l’ariano e l’ebreo, la femmina e il maschio rimangono appesi tutti allo stesso destino che altro non è se non quello della speranza di una vita migliore, di un futuro diverso da sognare, di un luogo mito che accoglie, ma che allo stesso tempo allontana ogni forma di umanità: una società incolta che toglie a tutti il senso di dignità.

Fu liquidato dai critici perché considerato troppo autobiografico, ma Soldati riesce, attraverso il suo sguardo libero, e alla ricerca di nuovi stimoli e nuove congetture a cui aggrapparsi, a fare un quadro, attraverso le sue esperienze, della condizione di vuoto che scaturisce da quel meccanismo robotizzato che è la vita nel Nuovo Mondo e dall ’ignoranza dell’americano medio, ma soprattutto della situazione in cui gli immigrati, non solo italiani, si ritrovano a vivere senza averne consapevolezza: una situazione che non è certo una vita migliore.

Vivono e lavorano alla 237th strada; ma non hanno in testa che la 42th. Veggono sempre meglio quanta maggior area occupi la miseria della ricchezza; i tristi sobborghi del Bronx quanto più sterminati siano di Park o Fifth Avenue. Ma Fifth, Park e la ricchezza sono i loro soli pensieri. Certo, questa illusione a volte diventa realtà […] Ma in compenso quante vite fallite, falsate, grame. Né aprono gli occhi con il tempo, con le sciagure. L’animo amareggiato dovrebbe inclinare se mai all’opposta ingiustizia: lamentare volentieri gli squallidi quartieri in cui l’esistenza è rimasta confinata; deridere o dimenticare la gloria e i monumenti di bassa città. Macché. Puntiglio, disperazione, bisogno di consolarsi e illudersi fino all’ultimo: più di tutte le tristi istantanee che l’intima Kodak della sincerità tira ogni giorno, a ogni cantonata, e l’intelligenza non osa sviluppare, conta ancora la vecchia cartolina illustrata, coi saluti del vicino o dell’amico, la cartolina dai grattacieli colorati di bianco e il cielo turchino e rosa, che una lontana sera in un basso a Napoli […] in una birreria di Varsavia, hanno lungamente guardato”

Dunque un’America profondamente diversa dallo scintillio che immaginano gli italiani, che trova una bellissima narrazione, a mio avviso, nel capitolo in cui Soldati descrive la metropolitana, il Subway: un racconto reale e concreto di quella realtà enorme e veloce che nelle dinamiche del sub-way  chiarisce ogni cosa:

Il subway trasporta in notte perenne. Non cieli, né acqua, né parchi, né palazzi. Fulminee sfiorano i cristalli muraglie di colore scuro, selve intricate e regolari di travi d’acciaio. Sul quale sfondo sfuggente sono risalto solo, chiusi con noi nel vagone rombante, vicini sempre ma spesso fino al fiato, gli uomini.
Più fortunata e forzata, non so occasione di fratellanza. I poveri e i ricchi (col traffico a New York il milionario se ha fretta va in subway); i bianchi e i negri; gli ariani e gli ebrei; i puliti e gli sporchi; le femmine e i maschi; tutti insieme, tutti  insaccati; schiacciati, sbattuti sotto terra a cento chilometri all’ora.

Una descrizione che mette insieme il lato bello e quello brutto di una realtà che sente, preponderante, la grandezza, la forza, la pluralità, la compiutezza di una città come New York, che sa essere libera e accogliente, ma opprimente e asfissiante, a suo modo,  nella sua stessa dimensione di metropoli.

Quante volte, specialmente d’estate, quando l’atmosfera asfissia e il metallo dei vagoni scotta, ho maledetto la folla, il subway, New York, la organizzata barbarie americana. E ho sognato una carrozzella romana, trottante sul selciato deserto di un lungotevere, e il sedilettosdrucito ove posano i piedi, e l’aria e il sole e le solitudini d’Italia.
Ma quante volte, stretto fino al dolore fra corpi umani, mi intenerivo per l’abbraccio soffocante, collettivo, cosmopolita. Vedevo in ogni volto vicino una razza diversa, in ogni sguardo una patria. Quante labbra anche silenziose avevano le forme e la lascivia dei linguaggi ignoti.
Cosi nella prepotente mescolanza dimenticavo il mio paese, la mia casa, i miei amici lontani; mi scioglievo dal passato più sacro. E nella profanazione godevo come in un bagno taumaturgico. Mi sentivo libero, leggero.
(…) Nel subway ho conosciuto e ho cominciato ad amare  l’America. Se mai le razze che popolano New York fonderanno, ebrei con irlandesi, scozzesi con italiani, ungheresi con spagnoli, greci con svedesi; se mai i negri potranno accostarsi alle mense degli anglosassoni e, alba più tarda, i miserabili della Bowery dormire nei letti del Ritz: bisognerà ringraziare anche il subway.
(…) Non è che nella calca l’uomo normale diventi altruista, anzi. Ma gli altri gli si fanno sentire. Non è che l’egoismo scompaia. Ma è ridotto a ridicoli esercizi, costretto in angustie ignobili

Il brutto e il bello, in una contrapposizione che vede confini labili e interrotti da un groviglio di sentimenti che si fanno evidentemente egoisti e individualisti, in una logica di sopravvivenza dove vince chi è più forte e chi è più debole soccombe sotto gli occhi, e le gambe, di chi corre verso una posizione di salvezza.


Tutti i newyorkesi sanno dov’è la Boewry; pochissimi ci mettono piede e solo se costretti da ingrato lavoro o da troppo amore dell’ozio. Altrove la miseria è spettacolo; altrove attira visitatori perché li distrae da un noioso benessere o perché li rammenta della propria ricchezza, salute e perfino bontà. (…) ma nessuno pensa al pittoresco e neanche al patetico della Bowery. Nessuno osa penetrarvi per diporto o carità. Che sia finalmente il rispetto dovuto alla delinquenza umana? No, è la sciocca paura di questi innocui e maestosi lazzaroni.
Tramps in inglese, bums e hoboes in americano: ci vorrebbe, in italiano, un termine vivo che racchiudesse i concetti di scioperato, vagabondo e lazzarone. Dall’adolescenza hanno rifiutato quasi insulsa disciplina il destino del lavoro; disprezzato la reputazione pubblica; irriso alle amenità dei consorzi civili; preferito alla riposante dolcezza del focolare le squisite inquietudini della strada, l’ansia dell’ignoto quotidiano; prolungato la fanciullezza nella giovinezza e nell’età matura. Poiché una e la sorte degli uomini, hanno presto constatato il proprio errore e continuamente ricadono e sopportano ancora la vita grazie all’alcol.
In Europa il numero di questi disgraziati è infinitamente minore; E la loro fine meno catastrofica. Popoli più vecchi e più civili, anche se lavoriamo noi capiamo il dolce far niente e siamo pronti a scusare aiutare l’ozioso, specialmente se ci è legato dall’amicizia dal sangue. Ma gli americani sono ancora barbari: considerano lo scioperato un reprobo, lo tagliano decisamente fuori dalla società, senza riguardo a vincoli di sorta.

Contrasti forti, che una città come New York può riservare: come quella di ritrovarsi catapultati da una strada, in cui il benessere e la standardizzazione di una vita fatta di status è rappresentata in maniera simbolica – e quasi cinematografica – da un grosso cartello, in una,  subito dietro l’angolo, dove forte e chiara urla  l’indifferenza delle persone nei confronti di chi non ce l’ha fatta, che – in America – viene completamente abbandonato a sé stesso:


Un immane viso roseo e soddisfatto, sorriso e sigaretta Camel alle labbra, sormonta la confluenza tra Lafayette e 8 Strade; réclame  costosissima, visibile a chi scende la Quarta fino all’altezza di Union  Square; ed è il viso standard degli americani, Il viso felice e impersonale dell’impiegato bene accetto ai superiori, del trentenne uomo d’affari che comincia a guadagnar  sodo, del giovane assennato e assestato con auto, villa a Brooklyn, moglie, bambini, bridge, amici, golf, e un po’ di whisky e un po’ d’amore coniugale il sabato a sera. Ma proprio sotto questo cartello e quando le guance dell’ideale fumatori di Camels ingigantiscono, viste dal basso, deformi, arancione, porcellana, un improvviso frastuono di ferraglie rivela sulla sinistra un’altra arteria: girando dalla Terza Avenue, un treno della elevated imbocca la Bowery. Interamente coperta da una rugginosa ferrovia sopraelevata, fiancheggiata da casamenti che non superano i tre piani, lunghe file di finestre senza vetri e senza tende, serie di buchi neri muraglie squallide e scrostate, qui comincia la Bawery e si allunga e si perde verso l’intrico di bassa città. Il puzzo subito arresta e spesso respinge chi per la prima volta vi mette piede. Un puzzo che non segue direzioni e non subisce spostamenti;  occupa, è l’aria stessa che si respira in cui si avanza. Presto, e insensibilmente, si perde la memoria dell’altra aria, quella di cinque minuti prima. Il puzzo diventa solo qualità olfattiva, in cui si comincia a distinguere, a ricordare: un reggimento in marcia, che ci ha sfiorato bambini; certe rientranze delle strade della nostra città, tanti anni fa male illuminata di notte, giaciglio dei poveretti o talamo dell’amore avventuroso; e certi angoli bui del santuario della Vergine Consolatrice; un vagabondo che abbiamo investito e poi caricato sull’automobile e durante il tragitto all’ospedale è morto; un ignoto ubriaco che, ubriachi, una notte abbiamo abbracciato, e ballato insieme. Ricordiamo il vecchio petto villoso e vigoroso, la camicia unta e colorata del tempo come una reliquia o una bandiera, il collo è tutto un reticolato di sporcizia, l’odore strano che danzando ci soffocava, di bestia, di gorgonzola stantio. E riecco quell’ odore, riecco uomini simili al nostro cavaliere: rieccoceli accanto, mentre avanziamo vergognosi della nostra apparenza, uno, due, tre, cinque, cento, mille, accosciati sui marciapiedi appoggiati ai davanzali delle finestre terrene, silenziosi, immobili, i petti semicoperti tre cenci, gli sguardi avidi, canini.
Camminiamo cercando di non calpestarli e di non guardarli. Al nostro passaggio, del groviglio di quelli che si trovano sdraiati non si sposta una gamba, non si muove un piede. Siamo costretti a scavalcare cautamente tali  indifferenze umane. E fissiamo lontano se appaia l’insegna dell’ufficio che anche a noi darà lavoro, unica àncora in questa tempesta pietrificata

Una descrizione che fa rabbrividire,  in cui Soldati è riuscito a scorgere il pericolo sostanziale di una società che stava mettendo le basi per una espansione sempre più capillare, che non si sarebbe attardata ad arrivare anche in Italia.

Ecco, dunque, cosa scorge il giovane Mario Soldati nel sogno americano: una realtà crudele, violenta, che si muove senza una direzione e fa dell’apparente benessere una sorta di religione. Tutti sembrano essere felici, o si sforzano di esserlo, perché ce l’hanno fatta: sono in America, vivono il sogno di un futuro migliore subendo, però, un presente che tutto lascia presagire tranne la possibilità di poter stare davvero meglio.

Potrei andare avanti ancora, con la descrizione dei Bums (i barboni), o la storia del duca di Solimena, che racconta in maniera molto eloquente la solitudine e la tristezza e la disperazione che si può provare quando ci si ritrova da soli in un luogo dove nulla ti assomiglia e dove nulla diventa riconoscibile e, perciò stesso,  affabile o affettuoso, ma non avrebbe senso continuare a dilungarmi.

Ha senso, invece, leggere questo libro immenso in cui  Mario Soldati, che è uno scrittore che “resiste” e che ci parla, ancora oggi, dandoci la cifra di una verità che diventa universale. Una verità che racchiude il senso stesso del viaggio, prima, e della necessità di raccontarlo, poi, attraverso uno sguardo libero e slegato da pregiudizi, che diventa dialettica viva e attuale nell’approfondimento di una questione che oggi, ancora di più, ha senso tenere a mente: nell’ incessante e inevitabile accostamento alla grandezza e alla diversità del mondo è necessario e importante continuare a tenere salda l’attenzione alle nostre radici, al mondo da cui noi proveniamo, in un confronto serrato tra modernità e memoria, per non perdere di vista ciò che di buono c’è ancora e che vale la pena preservare, per non inabissarci in un presente vano e perdere il futuro nella nebbia.

Emanuela Gioia

Titolo : America primo Amore

Autore: Mario Soldati

Casa editrice: Sellerio

Anno di pubblicazione: 2003

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