Spoon River tra musica e poesia.

Non al denaro non all’amore né al cielo

Ci sono storie che trovano il modo di intrecciarsi tra loro, fino a creare orditi capaci di resistere all’incedere del tempo. Storie di uomini e donne che si incontrano per dare continuità a certi capolavori che altro non sono se non il naturale e ordinario racconto delle cose degli uomini: di tutti gli uomini e di tutte le epoche.

Quando Edgar Lee Master pubblicò, nel 1915, L’antologia di Spoon River probabilmente non immaginava quale sarebbe stata la sua storia. Una storia che continua ancora oggi, a distanza di più di 100 anni, e che si presenta, ancora, con una attualità capace di preservarne l’essenza.

Forse perché racconta storie ordinarie di persone comuni, e lo fa con una tecnica stilistica che si avvicina molto di più alla prosa che alla poesia, utilizzando un lessico semplice, capace di arrivare a molti; sicuramente perché i temi che vengono sviluppati sono parte dell’esistenza e dei comportamenti umani: certi tormenti, certe angosce, certi impeti e gioie e dolori degli uomini non hanno una scadenza, ma si concedono di essere fedeli al tempo e anche allo spazio.

Non vi è dubbio che Spoon River sia uno dei libri di poesia contemporanea più diffusi, conosciuti e amati al mondo. La sua storia, però, per quanto possa non sembrare, in principio fu molto travagliata e contrastata.

Le opinioni avanzate dalla critica, spesso veri e propri giudizi negativi, sono state inizialmente molto dure, ma nonostante ciò non hanno avuto la forza di fermarne il vociare di Elmer, Herman, Bert Ella, Kate, o di Frank Drummer o ancora di Selah Lively e Francis Turner.

Voci che hanno scavallato il tempo e le critiche e sono arrivate fino a noi, e ci parlano ancora attraverso le parole e, soprattutto, la musica.

La poesia di Fernanda Pivano

In Italia Spoon River viene tradotto per la prima volta da Fernanda Pivano.

È il 1943 quando Einaudi ne pubblica la versione italiana, ma Pavese ne aveva scritto già nel 1931 in un saggio pubblicato sulla rivista La cultura. Un saggio in cui polemizza con la solita indifferenza accademica nei confronti di certa letteratura, sottolineando proprio che il fatto che poca critica se ne fosse occupata era il segno evidente che pochi erano stati in grado di capirne la vera essenza, riuscendo ad andare oltre quel concetto di anti puritanesimo che gli era stato affibbiato e che gli aveva creato intorno quell’aura di indifferenza e poca considerazione.

Cesare Pavese

Pavese per primo intuisce che l’opera di Edgar Lee Master va ben più in là quel concetto: lo oltrepassa, lo supera, prende altre strade che non hanno nulla a che fare con il gioco delle contrapposizioni, ma si pone come una rappresentazione vera, reale, autentica del “valore dell’esistenza”, raccontata con la sincerità che solo la morte, intesa come liberazione dai vincoli della vita stessa, può suggerire.

La sua copia originale della Spoon River anthology Pavese era riuscito ad averla nel 1930 grazie ai suoi contatti con Antonio Chiuminatti, un musicista americano di origine piemontese che aveva conosciuto qualche anno prima a Torino e con il quale era rimasto in contatto epistolare. Sono diverse le lettere che i due si scambiano. Pavese in quegli anni è molto incuriosito dalla lingua americana, ma soprattutto dalla letteratura, di cui chiede a Chiuminatti di inviargli le novità più interessanti. Tra queste richieste c’è anche quella esplicita dell’opera di Edgar Lee Master.

La Pivano la leggerà qualche anno dopo proprio grazie a Pavese, come lei stessa racconta, che gliene regalò una copia come risposta alla sua richiesta di avere delucidazioni sulla differenza tra la letteratura inglese e quella americana. Ne rimane folgorata anche lei, tanto da decidere autonomamente di tradurla. La traduzione viene presentata da Pavese stesso all’Einaudi e pubblicata parzialmente nel 1943, superando persino le censure del fascismo grazie ad un piccolo escamotage: verrà presentata con il titolo Antologia di S. River, nel tentativo di far passare quel S. River, con la esse puntata, per un innocuo santo. A quanto pare la cosa funzionò e da quel momento l’opera diventa una sorta di “bibbia” della resistenza al fascismo.

Nel 1947 fu pubblicata l’edizione integrale.

La musica di Fabrizio De André

Una enorme svolta al testo, con la conseguente diffusione ancora più capillare, è dovuta senza dubbio alla rivisitazione musicale che ne fece Fabrizio De André, nel 1971, con l’album Non al denaro, non all’amore né al cielo.

È anche grazie a Fernanda Pivano che De André rilegge Spoon River. Una rilettura che lo segnerà particolarmente, tanto da ispirarlo per la creazione del suo secondo Concept album, nato, dunque, ancora grazie ad un intreccio di passioni e di passaggi emotivi, in cui la sua amicizia con la Pivano ebbe un ruolo importante. Ruolo che viene sottolineato anche dalla presenza, nelle note di copertina dell’album, di una intervista fatta dalla Pivano a De André in cui i due portano avanti una sorta di  dialogo su Spoon River (pare che Fernanda Pivano abbia registrato l’intervista di nascosto) e su tutto quello che ruota intorno alla ideazione e alla realizzazione dei brani che compongono l’album.

Intervista in cui De André, alla domandaHai voglia di raccontarci come ti è venuto in mente di fare questo disco?” risponde così:

Spoon River l’ho letto da ragazzo, avrò avuto diciott’anni. Mi era piaciuto, e non so perché mi fosse piaciuto, forse perché in questi personaggi ci trovavo qualcosa di me. Poi mi è capitato di rileggerlo, due anni fa, e mi sono reso conto che non era invecchiato per niente. Soprattutto mi ha colpito un fatto: nella vita, si è costretti alla competizione, magari si è costretti a pensare il falso o a non essere sinceri, nella morte invece i personaggi di Spoon River si esprimono con estrema sincerità, perché non hanno più da aspettarsi niente, non hanno più niente da pensare. Così parlano come da vivi non sono mai stati capaci di fare.

Per una questione di tempi e spazi editoriali, lavora su una scelta ristretta di poesie. In tutto quelle scelte saranno nove e metteranno in evidenza due temi fondamentali: l’invidia e la scienza.

In quei personaggi provinciali della borghesia americana degli anni ‘10 De André si identifica, ma soprattutto riconosce le stesse dinamiche della borghesia degli anni 70 in Italia, e non solo. Dinamiche che gli consentiranno di immedesimarsi totalmente e ottenere un risultato in linea con i tempi e con la sua opera, le cui affinità diventano i presupposti per un capolavoro che ha reso ancora più straordinaria l’opera di Lee Master.

E, attraverso la musica, a renderla eterna.

Emanuela Gioia

Articolo già pubblicato, in forma ridotta, sul blog di Next Audiolibri

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