Un paese Felice. Carmine Abate racconta la fine di Eranova

Un paese felice carmine Abate

I libri di Carmine Abate per me hanno il sapore di casa.

Sono i libri che mi hanno “iniziata” alla letteratura meridiana calabrese, quella in cui ciò che viene raccontato non solo ti appartiene fino al midollo, ma ti entra nell’anima e nella carne senza mai stancarti.

Ogni suo racconto, ogni suo libro, ogni sua uscita, oltre ad essere un riassunto, meditato e scolpito nello spazio bianco delle pagine, di un modo di vivere, di essere, di pensare, di sentire che ci appartiene, è sempre fonte di scoperte storiche obliate, cancellate dalla pigrizia del ricordo su cui vince sempre la dimenticanza, ma che tornano prepotenti attraverso un racconto capace, ogni volta, di toccare le corde più profonde di una memoria da cui è impossibile defilarsi.

Eranova, paese spazzato via.

Un luogo fondato, alla fine dell’800, dalla forza benevola di un gruppo di uomini e donne, stanchi di dover sottostare ai soprusi dei padroni, e distrutto, allo stesso modo, da quella stessa forza che può trasformarsi in odio e distruzione, di uomini che diventano schiavi dell’abbaglio del potere e del dio denaro.

Questo è stato il borgo di Eranova, il cui destino e la cui storia sono state spazzate via da quelle promesse a cui chi vive al Sud è avvezzo, ma non assuefatto: o, almeno, non più.

Il nuovo centro siderurgico, per la cui costruzione furono espropriati terreni e case, frutto del lavoro onesto di gente perbene che non aveva altro desiderio che di rimanere lì dove stava, prometteva 7.500 posti di lavoro e la possibilità per molti emigrati di tornare a casa.

Promesse montate sul nulla, costruita a suon di bugie, come la politica di questo territorio ha sempre saputo fare, che regalano il sogno di una risoluzione immediata per abbattere la povertà di questi luoghi. Comizi, presentazioni di un progetto che assomiglia all’ennesimo Eldorado, garantito e assicurato, a cui, però, in pochi riescono a credere al di fuori di chi da quel progetto può trarre profitto.

Una storia dimenticata che Carmine Abate ha fatto riemergere, attraverso il racconto dei sentimenti buoni e delle emozioni vissute da chi a quelle promesse non ha creduto nemmeno per un istante e ha lottato con tutte le sue forze per evitare un disastro annunciato.

Una calamità autoalimentata dall’uomo e da quella sua mano furibonda e rabbiosa, sottomessa agli abusi di un potere contro il quale nulla può, nemmeno la rivendicazione della bellezza e dei buoni sentimenti.

Una storia che non conoscevo, ma che, ahimè, somiglia a tante altre a cui siamo abituati. E grazie a Carmine Abate che, di questa e di tante altre, ha saputo raccontare anche la parte migliore attraverso le vite e i sentimenti dei protagonisti: i calabresi. Noi.

Qui una ricostruzione dei fatti, in cui la storia e le immagini della politica di quegli anni tornano, come una ferita sempre aperta, a ricordare tormenti e angosce a cui il tempo – e, evidentemente, lo spazio deturpato -, non hanno saputo dare conforto.

Di seguito, invece, un documentario di quegli anni che dà bene l’idea della devastazione non solo dei luoghi, ma anche degli animi di chi in certi luoghi ci vive, costretto a subire le regole di chi non ha intenzione alcuna di dare buoni consigli, ma solo il cattivo esempio

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