Furore e il presente: perché Steinbeck parla ancora di noi

Furore Steinbeck recensione

Ci sono libri che arrivano nella nostra vita come incontri inattesi, e Furore di John Steinbeck, per me, è stato esattamente questo: un incontro inatteso che mi ha spalancato gli occhi sulla condizione di un’umanità ferita, ma ancora capace di resistere e di tenersi insieme, nonostante tutto.

Non un romanzo scoperto per caso, ma di sicuro un’esperienza che mai avrei immaginato di tale portata emotiva, nonostante ne avessi sentito parlare molto e sapevo di andare incontro a qualcosa di grande.

Più che una lettura è stata proprio un’esperienza che ha portato alla luce qualcosa che, come spesso accade con la grande letteratura, non parla soltanto del passato, ma ci costringe a guardarci dentro. E anche intorno.

Steinbeck è il primo autore con cui ho deciso di cominciare un percorso di avvicinamento alla letteratura americana, un territorio che fino a poco tempo fa avevo solo sfiorato, forse per timore o per distanza, attratta e allo stesso tempo intimorita da quella voce così diversa, eppure così umana, concreta, essenziale.

Una scelta nata dal desiderio di capire meglio quella “terra di contrasti” che Cesare Pavese ed Elio Vittorini avevano tanto amato e studiato, quell’America che per loro rappresentava insieme la promessa e il disincanto: un’opportunità che non cancellava totalmente la possibilità di esclusione. Esattamente come oggi.

In tal senso, Steinbeck è un passaggio quasi obbligato tra i grandi classici: un autore che non si può evitare se si vuole entrare davvero nel cuore della narrativa americana del Novecento, quella che mette al centro lavoro, povertà, potere e dignità.

Con lui ho deciso di iniziare questo cammino, che spero mi permetterà di comprendere meglio non solo un modo diverso di raccontare, ma anche di guardare il mondo.

Un romanzo universale

Leggendo Furore ho capito subito una cosa: Steinbeck racconta un’America storicamente precisissima (gli anni della grande depressione e delle migrazioni interne), ma dentro quel quadro mette a fuoco qualcosa che non resta confinato in quel perimetro. Il suo, infatti, non è solo un romanzo sull’America, ma è soprattutto un romanzo sull’uomo, sulla sua capacità di resistere, di farsi carico della vita e del dolore, di conservare dignità anche quando il mondo gli crolla addosso. Un romanzo in cui il destino individuale e quello collettivo si toccano continuamente, fino a diventare inseparabili.

È la storia di un popolo che si muove, ma anche di una coscienza che cresce. Man mano che il viaggio dei Joad va avanti, diventa sempre più evidente una presa di coscienza, di consapevolezza della loro condizione, che li accomuna a tanti altri disperati come loro: la comprensione che la miseria di uno non è diversa da quella dell’altro, e che soltanto insieme è possibile resistere.

Una consapevolezza, maturata lentamente attraverso la fatica, le ingiustizie, la fame, che fa capire ai protagonisti che da soli non sarebbero andati da nessuna parte, e che il sentimento di solidarietà, quel riconoscersi simili nella stessa condizione di fragilità, poteva essere l’unico vero rimedio alla loro povertà materiale e morale.

Le storie che si ripetono

Le storie di emigrazione sono tutte molto simili. Si somigliano nell’intenzione, ma anche nelle dinamiche che innescano, specie quelle emotive, perché in ogni epoca c’è sempre qualcuno che si trova dall’altra parte, quella del privilegio e della stabilità, e che per difenderli costruisce una sorta di nemico con cui prendersela.

Cambiano le cause, i diritti, i percorsi, la violenza, i confini, le leggi, le parole con cui le nominiamo, eppure, dentro storie lontanissime tra loro, spesso ricompaiono dinamiche simili: lo sradicamento, la vergogna, la speranza, la fatica e, dall’altra parte, la tentazione di trasformare chi arriva in un problema, in un bersaglio visibile.

Accade ogni volta che un equilibrio si incrina:  quando l’economia traballa, quando il lavoro si fa scarso, quando una comunità si sente fragile, perché minacciata da ciò che non conosce. È in quei momenti che lo sguardo si sposta per cercare un colpevole più visibile, più tangibile, e spesso finisce per trovarlo in chi non appartiene alla comunità, in chi appare estraneo, e dunque più debole e più esposto.

È un meccanismo antico, istintivo, che si rinnova di generazione in generazione e che la letteratura, più di ogni altra forma di linguaggio, ha saputo raccontare e smascherare.

Steinbeck lo fa in queste pagine, che restano tra le più vive e potenti della narrativa del Novecento, raccontando tutto questo con un realismo duro, quasi cronachistico, che mette in chiara evidenza come la necessità di sopravvivere, la miseria e la paura possano trasformarsi, lentamente e silenziosamente, in solidarietà; mostrando come paura e miseria possano produrre chiusura, ostilità, violenza, ma anche, o forse ancora di più, l’opposto: un’alleanza minima, un pezzo di pane condiviso, un noi inatteso che diventa capace di spiegare tutto.

C’è un passaggio in cui le famiglie, spaesate e incerte, finiscono per “raccogliersi insieme” e mettere in comune il poco che hanno: è una scena che rende visibile un’idea semplice e potentissima. La comunità, a volte, nasce così: non da un ideale astratto, ma dalla necessità e dalla vicinanza.

“E poiché tutti loro erano sperduti e confusi, poiché tutti loro venivano da un luogo di amarezza, affanno e sconfitta, e poiché tutti loro erano diretti verso un luogo nuovo e misterioso, si raccoglievano insieme; parlavano insieme; mettevano in comune le loro vite, il loro cibo, e le cose che speravano di trovare nella nuova terra. Così poteva succedere che una famiglia si accampasse vicino a una sorgente, e un’altra si accampasse lì sia per la sorgente sia per la compagnia, e una terza perché due famiglie avevano collaudato il posto e l’avevano trovato buono. E al tramonto si ritrovavano raccolte lì venti famiglie e venti macchine.”

È in questa, e in molte altre scene, che il romanzo rivela uno dei suoi nuclei più luminosi: la nascita della solidarietà, quell’istinto umano che diventa forza quando tutto il resto è perduto.

Lì dove la fame dovrebbe dividere, Steinbeck ci mostra che, a volte, un pezzo di pane condiviso vale più di mille promesse. Nell’accamparsi insieme, nel cucinare qualcosa con quello che si ha, nel guardarsi per la prima volta non come estranei ma come compagni di strada, nasce qualcosa che somiglia a una comunità. È la forma più antica e più rivoluzionaria di resistenza: la condivisione.

Ma accanto a questo sentimento collettivo, Furore mostra anche l’altra faccia, quella oscura, quella che nasce dalla paura di perdere il proprio posto nel mondo. Steinbeck la racconta con la stessa chiarezza, senza retorica né indulgenza, in questo passaggio:

“Uomini che non avevano mai desiderato niente videro la vampa del desiderio negli occhi degli emigranti. E gli uomini delle città e quelli dei ricchi sobborghi agrari si allearono per difendersi a vicenda; e si convinsero a vicenda che loro erano buoni e che gli invasori erano cattivi, come fa ogni uomo prima di andare a combatterne un altro. Dicevano: Quei maledetti Okie sono sporchi e ignoranti. Sono maniaci sessuali, sono degenerati. Quei maledetti Okie sono ladri. Rubano qualsiasi cosa. Non hanno il senso della proprietà. E su quest’ultima cosa avevano ragione, perché come può un uomo senza proprietà conoscere l’ansia della proprietà? E i difensori dissero: Sono sporchi, portano malattie. Non possiamo lasciarli entrare nelle scuole. Sono stranieri. Ti piacerebbe veder uscire tua sorella con uno di quelli? Gli indigeni si suggestionarono fino a crearsi una corazza.”

Nonostante questo, ciò che colpisce è la capacità di Steinbeck di non concedere mai al lettore la comodità del giudizio. Non ci sono buoni e cattivi, ma esseri umani che reagiscono alla disperazione con le armi che hanno: la rabbia, la violenza, la compassione.

La miseria non diventa spettacolo del dolore, ma si fa forza motrice di una riflessione profonda sull’ingiustizia.

Ma’ Joad e la forza della cura

Tra le tante immagini che Furore lascia addosso, quella che più resta impressa è la figura di Ma’.

È lei il cuore pulsante del romanzo, quella che più di tutti ne incarna la grandezza morale, la forza silenziosa che tiene insieme ciò che la fame e la paura vorrebbero distruggere.

Non è un’eroina nel senso classico del termine, non ha armi né poteri, ma possiede una determinazione antica, fatta di pazienza, di cura, di dignità.

In lei Steinbeck concentra tutto ciò che nel mondo maschile del romanzo sembra smarrirsi: la capacità di non perdere mai di vista l’umano, anche quando tutto intorno si sbriciola.

È lei che tiene insieme tutto, che ricuce i frammenti di quel tessuto umano che si sgretola sotto i suoi occhi, rimanendo ferma e piantata nella realtà come una radice, mentre gli uomini della famiglia si alternano tra rabbia e scoraggiamento.

Steinbeck le affida un ruolo di forza che rimane quasi silenzioso. Non è la donna come essenza contrapposta agli uomini; è una figura che, dentro quel contesto narrativo, mostra cosa può significare prendersi carico degli altri quando tutto si sfalda.

Ma’ rappresenta la figura femminile che non chiede spazio, ma se lo prende con naturalezza. È madre, ma anche guida, anche se non predica, non comanda, non giudica. Lei fa. Agisce.

Nel suo non parlare c’è una forza che sovrasta mille parole, mille discorsi. Una forza che nasce dal suo agire quotidiano (lei cucina con poco, non si perde mai d’animo, consola quando sa che è necessario, organizza, decide quando si accorge che nessuno ne è capace preso magari da altre emozioni) capace di riflettere una saggezza che è insieme personale e universale.

È nel suo agire che restituisce senso e ordine alle cose, dimostrando che la forza non ha bisogno di voce alta, ma di costanza. E lo fa con una potenza che è insieme profondamente umana, ma anche politica, in un’accezione che ne tocca l’essenza: preservare le relazioni, provando ad impedire che la disperazione trasformi tutto in guerra di tutti contro tutti.

Mi ha colpito molto questa sua capacità di non cedere mai al cinismo, di non trasformare la disperazione in odio, questo suo comprendere, mettendolo in pratica più di chiunque dei personaggi presenti nel libro, che la sopravvivenza passa attraverso la solidarietà e che da soli non si va da nessuna parte.

E leggerla oggi, in un tempo in cui la competizione sembra aver sostituito ogni forma di empatia, fa davvero tremare il cuore.

In lei Steinbeck identifica la colonna portante di ogni comunità: la donna che resiste e tiene tutto in piedi quando gli uomini crollano. E in questo senso Furore è anche un grande romanzo sulla forza femminile, su quella capacità di trasformare la fragilità in resistenza, il dolore in forza, la perdita in possibilità.

Un’immagine che risuona fortissima anche oggi, il cui esempio, ottant’anni dopo, continua a dirci che la forza vera non ha bisogno di clamore, ma di radici salde.

Tom Joad e la nascita di una coscienza

Accanto a Ma’, che incarna la forza della resistenza e della cura, c’è quella di Tom Joad, il figlio, che rappresenta invece invece la presa di coscienza, il passaggio dall’esperienza personale al senso collettivo.

Tom entra in scena come un uomo segnato:  appena uscito di prigione, porta addosso il peso del passato e il desiderio di ricominciare, ma il viaggio che intraprende con la famiglia non è solo un cammino verso la California: è un percorso interiore che lo porta verso un lento processo di risveglio.

All’inizio Tom è concentrato su di sé, sulla propria libertà, sulla necessità di proteggere i suoi. Ma strada facendo, osservando la miseria, la violenza, la dignità calpestata di chi incontra, qualcosa in lui cambia.

Capisce che la sua storia non è diversa da quella degli altri, che la fame e l’ingiustizia non hanno volto, ma si ripetono per tutti allo stesso modo.

È il momento in cui l’esperienza individuale diventa esperienza collettiva, e l’uomo che pensava solo a sopravvivere diventa voce per chi non può parlare.

Tom è il personaggio che dà al romanzo la sua dimensione politica, nel senso più alto e umano del termine.

Quando dice «Dovunque c’è un poliziotto che picchia un uomo, io sarò lì», quella frase non è solo un atto di ribellione: è la dichiarazione di una presenza morale.

Tom diventa simbolo di chi sceglie di non voltarsi dall’altra parte, di chi capisce che la giustizia non è un concetto astratto ma una responsabilità condivisa.

In lui Steinbeck concentra il momento in cui la rabbia si trasforma in coscienza, la sofferenza in consapevolezza, la paura in coraggio.

Ed è forse per questo che la sua figura continua a commuoverci: perché rappresenta la possibilità, sempre attuale, che anche dal dolore possa nascere un’idea di giustizia.

Tom Joad è l’uomo che comprende che il mondo non si cambia da soli, ma neanche si accetta passivamente: si attraversa, si affronta, si ricostruisce insieme agli altri.

Le due facce della disperazione

In Furore Steinbeck racconta la disperazione come una forza doppia: distruttiva e generatrice allo stesso tempo. Una lama che taglia in due l’animo umano, mostrando quanto la sofferenza possa trasformarsi tanto in violenza quanto in solidarietà.

Ed è proprio questa alternanza di rabbia e generosità che rende Furore un libro così profondamente umano, perché non idealizza, non separa il bene dal male, ma li fa convivere nella stessa carne.

Ci sono pagine in cui la miseria si fa odio, in cui la fame disgrega e acceca, trasforma la paura in diffidenza, in ostilità verso chi sta peggio. Eppure, subito dopo, Steinbeck mostra come anche in quel buio possa accendersi una scintilla: il gesto semplice di chi condivide, di chi tende la mano, di chi, pur non avendo nulla, trova ancora qualcosa da dare.

E in questi passaggi il romanzo raggiunge la sua verità più alta: nella dimostrazione che è proprio quando tutto manca che la solidarietà diventa resistenza.

Una resistenza che non ha il volto dei grandi eroi, ma quello di persone comuni: uomini e donne che si aiutano a vicenda senza chiedersi chi meriti di più, che cucinano insieme con quello che trovano, che si proteggono dagli abusi dei padroni o delle forze dell’ordine non con la forza, ma con la presenza.

È la stessa consapevolezza che, piano piano, cresce anche dentro i protagonisti del romanzo: la comprensione che la sopravvivenza non è un atto individuale, ma collettivo.

Ecco allora che la disperazione non è più soltanto il volto del fallimento, ma anche l’occasione per scoprire la forza della comunità.

Come se Steinbeck ci dicesse che è proprio quando si perde tutto che si impara davvero cosa conta.

E ciò che conta, alla fine, non è la ricchezza, né la terra, né la promessa di un futuro migliore: è l’altro.

L’altro come possibilità di salvezza, come riflesso della nostra stessa fragilità.

Furore e il presente

Rileggere queste pagine oggi fa male, ma è un dolore necessario.

Perché, se ci fermiamo a guardare, vediamo che quella stessa alternanza tra egoismo e generosità continua a vivere anche nel nostro tempo.

Accanto a chi chiude porti e confini, c’è sempre qualcuno che apre la porta di casa; accanto a chi si chiude nella paura, c’è chi sceglie di farsi carico del dolore degli altri.

E forse è questa, ancora una volta, la lezione più grande che Steinbeck ci lascia: la solidarietà non nasce dalla ricchezza, ma dalla mancanza.

E che è nelle mani vuote che la vita ritrova il suo valore più profondo.

Emanuela Gioia

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