
Cesare Pavese è le donne. Sì, la “e” non è una congiunzione, ma un verbo. Una scelta voluta, quasi una provocazione, per dire che sono pochi gli autori uomini capaci di entrare con una tale profondità nell’anima delle donne, e Cesare Pavese è sicuramente uno di questi.
Può sembrare un’affermazione insolita, soprattutto se si pensa alla sua biografia tormentata, segnata da rapporti sentimentali difficili, da una profonda solitudine e da un rapporto spesso problematico con l’universo femminile. Eppure è una sensazione che mi accompagna da molto tempo e sulla quale, ogni volta che torno ad alcune delle sue pagine, sento il bisogno di soffermarmi.
C’è infatti un aspetto della scrittura di Pavese, tra i tanti che lo rendono uno dei grandi autori del Novecento, di cui si parla ancora troppo poco: la sua straordinaria capacità di raccontare l’universo delle donne, e di farlo proprio da un punto di vista femminile.
Soprattutto nelle opere della maturità, Pavese dà voce a personaggi femminili di straordinaria complessità psicologica, che si emancipano dal ruolo di semplici oggetti del desiderio per diventare soggetti autentici all’interno della narrazione, anticipando una sensibilità narrativa che sarebbe diventata comune solo molti decenni più tardi.
Le donne come protagoniste, non come comparse
Basta leggere Tra donne sole per capire di cosa sto parlando. Clelia non è un personaggio definito dal rapporto con un uomo, ma dalla propria autonomia, dal lavoro, dalle scelte che compie e dalle contraddizioni che la attraversano. Intorno a lei si muove un universo interamente femminile fatto di amicizie, rivalità, desideri e fragilità.
Leggendolo ho avuto più volte la sensazione che quel libro fosse stato scritto da una donna, e la stessa impressione l’ho ritrovata anche ne La bella estate. Due dei suoi romanzi in cui più di tutti ciò che mi ha colpita non è stata soltanto la profondità dei personaggi femminili, ma la naturalezza con cui Pavese riesce ad interpretare e restituire il loro sguardo. Il punto di vista da cui tutto viene visto è così preciso, così autentico nei dubbi, nelle esitazioni, nei desideri inespressi e nelle contraddizioni, da farmi dimenticare che dietro quella penna ci sia un uomo.
Ed è proprio questo, credo, il tratto più sorprendente: Pavese non osserva le sue protagoniste dall’esterno, ma le ascolta, provando a immedesimarsi nelle loro inquietudini, nelle aspirazioni frustrate, nelle piccole illusioni, nelle grandi solitudini, restituendo sulla pagina un’interiorità femminile così credibile da risultare, ancora oggi, straordinariamente moderna.
Non credo sia un caso. Credo, piuttosto, che sia il segno di una rara capacità di empatia: quella di uno scrittore che, invece di parlare delle donne, sceglie di lasciare che siano loro a raccontarsi, rendendole protagoniste e facendo diventare questo aspetto una novità nella narrativa italiana del suo tempo. Non sono figure idealizzate, né semplici oggetti del desiderio maschile. Sono donne che lavorano, che scelgono, che sbagliano, che cercano un posto nel mondo e che, soprattutto, vivono un conflitto interiore raccontato con una sensibilità sorprendente.
Ma la domanda che mi sono posta, e mi pongo, è questa: come ha fatto uno scrittore uomo, nato all’inizio del Novecento, a restituire con tanta precisione un modo di sentire così profondamente femminile?
Forse la risposta sta nella sua capacità di osservare, ma ancor più nella sua sensibilità: in quella sua predisposizione naturale ad ascoltare, a cogliere le sfumature più impercettibili dell’animo umano e a restituirle sulla pagina senza giudizio. È proprio questa forma di empatia a rendere le sue protagoniste così autentiche, così vive, così incredibilmente vicine anche ai lettori di oggi.
«Bisogna diventar più donna»
Pavese non giudica mai le sue protagoniste. Le accompagna. Le lascia parlare attraverso i silenzi, le attese, i piccoli gesti quotidiani. Le guarda con una delicatezza che raramente diventa sentimentalismo e con una lucidità che non si trasforma mai in cinismo.
In Tra donne sole, Clelia è una donna indipendente, apparentemente forte, eppure attraversata da un senso di estraneità che la rende incredibilmente contemporanea. Attorno a lei si muove un gruppo di donne diversissime tra loro, accomunate da una fragilità che non coincide con la debolezza, ma con la ricerca di un equilibrio tra ciò che desiderano e ciò che il mondo si aspetta da loro.
Ne La bella estate, invece, Ginia affronta il passaggio dall’adolescenza all’età adulta con quell’incertezza fatta di curiosità, paura e desiderio di appartenere a qualcosa di più grande. Pavese racconta la scoperta del corpo, dell’amore e della delusione con uno sguardo privo di morbosità, lasciando spazio alla vulnerabilità e alla confusione di una ragazza che sta imparando a conoscere sé stessa.
È impossibile leggere queste pagine senza pensare che lo scrittore abbia saputo mettere da parte il proprio ego per ascoltare davvero le sue protagoniste.
Ne Il mestiere di vivere il 2 ottobre 1936 scrive: «Bisogna diventare più donna». Una frase che a me piace leggere come un invito all’empatia, alla possibilità di uscire da sé stessi per provare a comprendere lo sguardo dell’altro.
Pavese non pretende di spiegare le donne, non le trasforma in simboli, non cerca di risolverne il mistero. Le sue protagoniste sono spesso silenziose, contraddittorie, orgogliose, vulnerabili. Non chiedono di essere salvate e nemmeno comprese completamente. Chiedono soltanto di essere ascoltate.
Forse è proprio questa la ragione per cui, a quasi ottant’anni dalla pubblicazione di questi romanzi, queste donne continuano a sembrarci così vive.

Un’empatia che supera gli stereotipi
Naturalmente sarebbe ingenuo definire Pavese uno scrittore femminista nel senso contemporaneo del termine. Le sue opere restano figlie del loro tempo e attraversate da inevitabili contraddizioni. Eppure ciò che colpisce è la sua capacità di rappresentare il mondo interiore delle donne senza ridurlo a stereotipo. Le sue protagoniste non esistono per confermare uno sguardo maschile: soffrono, desiderano, lavorano, scelgono, falliscono e si interrogano sul senso della propria esistenza.
Forse Pavese non ha mai davvero compreso le donne. Nessun uomo, forse, può davvero farlo fino in fondo. Ma è riuscito in qualcosa di ancora più difficile: guardarle senza pregiudizi, riconoscerne la complessità e restituirla sulla pagina con un rispetto e un’empatia che ancora oggi sorprendono e che me lo fanno annoverare tra i grandi autori italiani del Novecento che più profondamente ha saputo entrare nell’anima delle donne.
Emanuela Gioia
